(...)"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa
in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di
avere una parte reale nelle decisioni…” (...)
Le strade per affermare politiche di potenza attraverso l’uso della forza in questo primo decennio del nuovo secolo si sono man mano diradate per diversi motivi. Il primo, sicuramente rappresentato dal fatto che una politica egemonica richiedendo capacità politiche ed economiche di imporre modelli che siano in competizione tra di loro - dove un modello prevale per disponibilità di risorse, di conoscenze tecnologiche, di contenuti ideologici sulle proposte altrui - deve fare i conti sempre di più con un mondo mutato nelle sue dinamiche. Un mondo dove i confini si sono accorciati e i modelli di governo, seppur nella diversità nazionale, si presentano nella loro validità e durata sempre più relativi, funzione di un senso comune di legittimità internazionale e di un consenso alle politiche adottate che si conquista su piazze non sempre e non solo esclusivamente nazionali. Il secondo, rappresentato dai costi delle operazioni militari e paramilitari in genere espressioni, sia le une che le altre, di disegni di potenza che si misurano però sulla sostenibilità materiale delle operazioni condotte.
Il dramma palestinese, l’intransigenza israeliana che si risolve da sempre nella politica dell’apertura a metà di ogni possibile porta pronta a chiudersi alla prima richiesta di passi indietro a Tel Aviv -che giunga dal mondo arabo o non solo- continua a svolgersi man mano in una semplificata, e sterile, politica del bastone e della carota. All’ombra delle crisi che hanno investito il Nord Africa e le autocrazie più consolidate nel Medio Oriente come quella egiziana, libica e siriana, Israele ha ricordato al mondo, e suo malgrado, l’esistenza del problema palestinese. L’esistenza di una mai risolta questione dei Territori soprattutto partendo da un presupposto storico fondamentale: che se l’Israele di oggi si chiamava Palestina già secoli era perché l’Israele di oggi era già terra dei palestinesi. Ma così come Tel Aviv ha rimesso sul tavolo da gioco la Palestina, Erdogan ha ricordato il legame storico tra l’Egitto e la Turchia. Le affinità che sopravvivono ad una storia imperiale costruita per diversi secoli tra Ankara e Il Cairo. Le coincidenze riformiste che hanno contraddistinto i giovani turchi con i riformatori egiziani da Nasser sino a Sadat. I percorsi condivisi delle vie del Medio Oriente, da Ankara verso Baghdad passando per Damasco.
È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore. Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.