Questo sito utilizza cookie. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie

Giuseppe Romeo

Switch to desktop

  • Calabria. Un luogo senza tempo e senza politica
    Cos’è oggi la Calabria? Cos’è la Calabria da decenni per questo Paese, per l’Italia? Cosa rappresenta? Quale valore può avere questa terra dura, persa nel vuoto del dissesto economico, travagliata da una criminalità che non si placa o non si vuol placare, con buona pace di un’antimafia per ogni stagione? Cos’è questa terra con comuni videosorvegliati, orpelli che non sono degni di superare un limbo di emarginazione funzionale ad un senso repressivo che accomuna tutti, criminali e uomini onesti? Cos’è la Calabria ostaggio di una trappola psicologica di un bisogno senza appagamenti, tornito attorno ad un neo-feudalesimo di una politica senza etica? La Calabria è oggi una terra senza codici, né etici né politici. Oggi esiste una Calabria che è il non luogo dello Stato di diritto, dello sviluppo concreto e sostenibile, il non luogo del riscatto dei singoli costretti ancora una volta a cercare fortuna e riconoscimento del merito altrove. La Calabria è solo una riga di margine offuscata dalle lotte interne ai partiti e ai movimenti politici dove si celebra il culto della personalità e per la cui celebrazione tutto è sacrificabile, tutto può essere mistificato: etica compresa. La Calabria di oggi è una terra con grandi potenzialità di sviluppo, ma con seri impedimenti dovuti all’inadeguatezza degli amministratori e ad una coscienza collettiva “adagiatasi” sulla cultura della facile, e spesso impunita, illegalità delle clientele, luogo di facile repressione poliziesca senza uscita, senza luce. Ciò che è un diritto al Nord - per quanto velato dall’efficienza dell’apparato che mistifica bene un assunto valido anche a quelle latitudini - al Sud diventa una certezza del favore possibile. Ciò che è il rispetto delle istituzioni, salvato comodamente nella facciata al Nord, si trasforma in ridicola banalizzazione del senso dello Stato nel Mezzogiorno. Ciò che è senso della legalità a volte si trasforma in un disvalore del vero significato di giustizia e di equilibrio nell’esercitarla allorquando questa si accredita solo ed unicamente in nome di una criminalizzazione di comodo da far statistica senza alcuna proposta alternativa a cui affidare progetti di crescita e di affrancamento dei giovani dalla criminalità stessa. La Calabria, per tutto questo, è ancora un luogo senza tempo, senza Patria, senza politica, quella vera.
    Conteggio articoli:
    31
  • La legalità degli altri
    Legalità, parola che assume significati diversi senza tempo o senza spazi, o nello spazio e nel tempo, secondo un sentimento dominante che decide spesso da sé se la distinzione tra il male e il bene possa essere strumento per affermare princìpi e regole di comodo per giustificare un potere dominante o degli egoismi personali di successo. Durante un convegno sulla legalità a Cosenza, nel 2005, un vicedirettore della DNA (Direzione Nazionale Antimafia) disse che statisticamente in ogni famiglia in Calabria ogni cinque persone uno era in odore di ‘ndrangheta. Un’affermazione singolare. Se dovessimo guardare, in Calabria, ad ogni famiglia con più parentele allargate da parte di padre e da parte di madre, mogli, figli, nipoti, cugini e rispettive mogli e figli non ci sarebbero vie d’uscita. Non solo, se si dovessero poi aggiungere i familiari emigrati in Germania o in Australia o in Canada il quadro sarebbe perfetto per dimostrare l’assunto. Come scrisse Alvaro, se è vero che “[…] la disperazione di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile […]” allora dovremmo intenderci su cosa pensiamo che sia la legalità. Se essa è un semplice rispetto di regole allora anche non ottemperare alle leggi di un regime tirannico sarebbe sicuramente illegale o se, in un modello democratico, il senso della legalità matura nella capacità di superare anche una trappola legalitaria ed antropologica di comodo. Ovvero nell’affermare la certezza di un diritto e dei diritti nella presunzione di innocenza e non di colpevolezza. Nell’aiutare chi cade nel fascino della strada facile della devianza criminale dimostrando il valore delle istituzioni e della vita pubblica, e non riducendo ogni azione a una sterile attività repressiva. Uno Stato che si presenta solo in veste autoritaria, che non premia i migliori, che tende ad accomunare genitori e figli in una sorta di destino biblico comune senza vie di uscita in una devianza senza fine, non dimostra una sua forza, ma una debolezza nei modi e nelle capacità di lotta e si pone, così, sullo stesso piano del proprio avversario. Un avversario che nel sopravvivere fa mantenere in piedi privilegi e altri appannaggi che si costruiscono proprio sulla lotta al crimine. Quell’insieme di privilegi, diretti e indiretti su cui si realizza quel “Pane della legalità” descritto da Antonio Delfino, che non sfama tutti ma solo alcuni, troppo pochi, per affrancare dal bisogno e dalla necessità i meno fortunati, i più deboli. D’altra parte è vero che la mafia, come la ‘ndrangheta, sono organizzazioni policentriche, ovvero che non danno indicazioni di voto, ma è altrettanto vero che se esse sono un’invenzione, quando fa comodo, ma è anche vero che spesso sono un utile specchio quando non si vogliono dare altre risposte o giustificare posizioni di parte. Così come se mafia e ‘ndrangheta giocano a rendere sempre più confusi i ruoli, certamente diventa un agire suicida partecipare e favorire tale confusione laddove si creano i presupposti perché “[…] tutto sia mafia e nulla sia mafia […]”. Perché, in ogni caso, reprimere senza risposte significa creare delinquenza su delinquenza e rendere vano l’assunto che se maggiore è il livello di consenso della comunità verso le regole, allora maggiore saranno le possibilità di crescita di questa comunità.
    Conteggio articoli:
    15
  • Una crescita mancata
    Crescita, occupazione, ricchezza di uno spazio produttivo non sono solo parole che valgono un’epoca. Esse rappresentano obiettivi permanenti in un modello competitivo nel quale si vuole giocare da attori protagonisti. Abbandonare il Sud ad un destino di marginalità o, ancor di più, e più profondamente poco onesto, dimenticare che fare sistema significa creare le condizioni per integrare sinergicamente produzione e mercato, risorse e fattori produttivi, significa emarginare tutto il sistema Italia. In una crisi che non è solo congiunturale ma di sistema, neanche il modello della piccola e media imprenditoria del Veneto regge gli urti di una competizione che supera i confini nazionali e ci presenta come deboli entità in un’arena mondiale più complessa e che non fa sconti a nessuno. La stessa possibile riforma in chiave federalista del Paese non è una panacea se attuata prescindendo da simili valutazioni concrete, pratiche, caratterizzate da una solidarietà a monte che si assume l’onere di essere essa stessa garanzia di sapiente uso dell’autonomia riconosciuta. Come scrissi in Mezzogiorno Duemila “[…] Di fronte, quindi, ad un mondo sempre più piccolo, dove le leggi della finanza e le crisi dei relativi mercati superano i confini avvicinando gli Stati e le comunità più di quanto nessuna progettualità politica sia riuscita a fare in questo secolo, diventa importante individuare quali sono, oggi, gli spazi economici funzionalmente strutturati ad affrontare una realtà geopolitica e geoeconomica rivolta a realizzare un mercato globale. Una realtà che ripropone il “villaggio” di ieri da luogo di “vendita al minuto” a luogo di produzione di opportunità per il mercato internazionale, a fronte di domande capillarmente sempre di più orientate a scegliere secondo criteri di qualità e convenienza […]”. Ecco, di fronte a simili considerazioni oggi mi chiedo cosa sia cambiato e quali altre domande che attendono risposte si debbano aggiungere alle seguenti, “[…] Ma, allora, qual è il problema del Mezzogiorno? Come e con chi potrà relazionarsi in termini economicamente concorrenziali? Come organizzare il territorio per garantire un vantaggioso investimento in attività produttive competitive? Su quali mercati fare affidamento e in che termini commercializzare i prodotti delle imprese garantendo a queste ultime una longevità positiva? Che tipo di servizi dovranno essere assicurati in termini di funzionalità del territorio? E con quali interlocutori istituzionali si dovrà dialogare e quale ruolo questi dovranno avere sullo sviluppo di un’area economica determinata? In altre parole, quale start-up garantirà l’inizio di una nuova era per il Mezzogiorno d’Italia? […]”.
    Conteggio articoli:
    15
  • Calabrese per caso
    Articoli pubblicati sul Quotidiano on line di informazione
    Logo del quotidiano
    Conteggio articoli:
    42

© 2006-2015 Giuseppe Romeo

È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.

Top Desktop version