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Giuseppe Romeo

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  • Il mondo in guerra
    Il concetto, il significato di guerra è mutato radicalmente. Tuttavia, come ricordato da Caligaris, una guerra senza vittoria e senza sconfitta agevola la parte più debole. Per la guerriglia prolungare la guerra non è un problema, mentre una grande potenza che non vince né perde entro un tempo ragionevole può considerarsi sconfitta. In tutto questo, tra la guerra in Iraq e l’impegno militare in Afghanistan dell’Occidente, ci si chiede se i protagonisti della politica internazionale debbano sentirsi vincolati dalle ragioni giuridiche o etiche che invocano oppure agiscono secondo un semplice calcolo delle forze o di opportunità? La domanda finale di Raymond Aron, che ancora oggi potrebbe presentarsi come un quesito aperto a chi decide, è ancora valida e non perde di tensione civile. E cioè “[…] Che margine le nazioni e gli uomini di Stato devono lasciare ai principi, alle idee, alla morale o alla necessità? […]”. Informazione, comunicazione soft power, sono concetti che assumono in sé la trasformazione del modo di condurre una guerra o una semplice operazione militare, che sia essa di peace-keeping o peace-enforcing. Nella dinamiche della guerra non vi è nulla di assoluto. Non lo sono i valori e neanche gli ideali che sono posti alla base della stessa. La guerra in Iraq come le operazioni in Afghanistan di fronte all’assenza di dividendi nella vittoria e di certezza di una sconfitta hanno fatto sì che la guerra moderna si trasformasse in un gioco d’azzardo. Ciò è più che sufficiente per dimostrare quanto un processo di democratizzazione non possa essere accelerato attraverso una guerra. L’unica certezza che rimane nel giustificare l’uso della forza per la sopravvivenza fisica ed economica di un assetto politico o economico è che chi controlla il mercato mondiale controlla il mondo e chi controlla le materie prime e le risorse ne assume il potere. Queste sono le logiche di un mondo globalizzato.
  • (Con)Vivere con il terrore
    Bin Laden, in fondo, spettro della debole coscienza occidentale, ha strumentalizzato molto bene quelle paure che segnano l’insicurezza delle comunità occidentali trasformando tali percezioni e il non senso della storia che le ha pervase negli ultimi decenni in un fattore di potenza. Alla paura del futuro degli occidentali, presi dalle possibilità di consumo e dalle imprese finanziarie, ha contrapposto la certezza di un modello organizzativo e di una cultura senza tempo e senso della storia, costringendo l’Occidente a confrontarsi su un piano dialettico - politico, religioso e militare - dove tutto si ferma alla scelta tra una vittoria, difficile e complessa, e la non-sconfitta. Così l’11 settembre non è stato solo un ground zero per la politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti bensì di tutto l’Occidente. L’11 settembre ha dimostrato quanto siano determinanti gli equilibri politici e non solo delle periferie del mondo al punto tale da mettere in discussione sia le dottrine fondate sulla potenza che sull’equilibrio. L’Occidente riprende coscienza, drammaticamente, della consapevolezza di avere un ruolo nell’arena mondiale e che le relazioni internazionali diventeranno d’ora in poi sempre più competitive verso più attori. Così come la violenza non sarà solo verticale ma orizzontale, cioè supererà ogni confine possibile dilatandosi man mano con il suo alone di sofferenza in più comunità. Finisce l’era della guerra tradizionale. Inizia il tempo di una guerra contro un nemico apparente che applica una minaccia a più dimensioni e si organizza su modelli di perfetta asimmetricità nel tentativo di far impantanare le forze regolari in una vera e propria non-guerra L’Occidente paga il prezzo di una concezione delle relazioni internazionali ferma alle politiche di area precedenti il 1989. Ma il mondo nel frattempo era già cambiato.
  • Il nostro Medio Oriente quotidiano
    L’Occidente prova ancora una volta a porsi come protagonista di una politica internazionale a più attori, in uno scenario come quella mediorientale che si presenta come laboratorio di un confronto tra civiltà. Uno spazio dove la permeabilità dei confini si dimostra in tutta la sua chiarezza e dove, nonostante le buone intenzioni da Camp David in avanti, la mancata soluzione della questione israelo-palestinese si approssima sempre di più verso i nostri confini, dilatando quell’alone di instabilità e di violenza che penetra nelle nostre case dimostrando che il mondo occidentale non è avulso dalle dinamiche e dagli effetti di una politica internazionale sempre più complessa. Insomma, come scrissi in passato “[…] La strada verso una soluzione definitiva che si dovrà svolgere su un nuovo percorso ma con le stesse fermate di ieri, non rappresenta di per sé una conclusione dell’ interesse politico dell’ Occidente verso il vicino Oriente. La perifericità del mondo occidentale, logiche di potenza o meno, rischia di determinare il caos politico in Medio Oriente proprio nel fallimento dei presupposti alla base della seconda guerra del Golfo e di un eventuale insuccesso nella realizzazione di un sistema democratico in Iraq più di quanto non lo sia, strategicamente, in Palestina […]”. Una riflessione di ieri, ma che dimostra come e quanto la reazione del 2011 delle comunità del Nord Africa ai regimi autocratici sia nuovamente sfuggita di mano all’Occidente e si sia posta nuovamente come l’ennesima occasione perduta.
  • Stati Uniti, Russia e massimi sistemi
    Vi è un tormentone politico che avvolge l’Occidente e che si svolge all’interno di un arco di crisi internazionale che non lascia spazio ad isole di immunità dagli effetti, siano essi politici che economici. Un sistema nel quale la diffusione di potenza si gioca sulle comunità e nelle comunità, rendendo debole la condotta di politiche di potenza che stentano ad affermarsi secondo logiche unilaterali. La paura di non essere in grado di “governare” il rapporto tra centro e periferia, in un mondo sempre più policentrico, rende l’ambizione di mantenere nel tempo la superiorità del modello culturale occidentale un’ipotesi sempre più remota in un quadro multilaterale delle decisioni. Sicurezza fisica e sicurezza economica vanno di pari passo con la sopravvivenza energetica di un sistema economico che non può fare a meno del Medio Oriente quanto della Russia. Ma sono anche, sicurezza fisica e sicurezza economica, i fattori sui quali si costruisce una potenza e la si consolida.
  • L'Occidente e il resto del mondo
    Lo scenario che si presenta agli occhi del mondo occidentale è uno scenario complesso ed articolato, dominato da condizioni politiche ed economiche estremamente variabili che nello spostamento dell’interesse strategico verso il controllo delle risorse energetiche dal Mediterraneo all’Oriente restituisce dinamismo alla vita politica internazionale collocando su posizioni di parità grandi e piccoli attori. Abbiamo subìto le vicende, gli effetti, del terrorismo e delle guerre, ma siamo ancora oggi destinatari dei possibili aloni di sofferenza che derivano da una permanenza di criticità nella regione. E non solo per il petrolio e il gas di cui ne siamo i destinatari, ma per la violenza che è il risultato di una fragilità delle comunità mediorientali private ancora oggi di una minima partecipazione democratica e, per i palestinesi, di uno Stato. Medio Oriente, Afghanistan, Iran sono aree che fan tutte parte dello stesso quadro di crisi. Un quadro complesso nel quale si muovono le linee di supporto strategico dell’Occidente. Quelle rotte soprattutto economiche sulle quali si sovrappone l’ombra della stessa Cina.
  • Europa senza Europa
    Europa, un’identità politica costruita su presupposti di unità economica. Ambiziosa idea di ricondurre le diversità della storia in un’unica comunità che si ispiri a quei valori che sono stati croce e delizia di un percorso millenario, superamento di un dividendo culturale che non vorrebbe favorire nessuno al di fuori di una comune tutela del proprio futuro. Europa: trasposizione politica di un’astrazione geografica la cui concretezza si risolve nella capacità di porre in essere un protagonismo possibile nella comunità internazionale, nella pretesa di trasformare un’idea di comodo per alcuni in una formula di sintesi ideale, culturale, politica prim’ancora che economica come invece è stato per assicurare la sopravvivenza non di un’idea “geografica” ma di un modello di vita. Perché se è vero che la Comunità, oggi Unione europea, “[…] è l'esempio di un'unione di Stati nazionali che non è né un impero né una federazione, ma una realtà diversa e forse una novità assoluta […]” (Michael Walzer), e se è altrettanto condivisibile osservare che “[…] la costruzione dell'Europa è un'arte ed è l'arte del possibile […]” (Jacques Chirac), allora, per essere protagonisti, diventa sempre più necessario evitare che accada ciò che pensava a riguardo Paul Valéry in momenti lontani: e cioè che L'Europa “[…] diventi quello che in realtà è: cioè un piccolo promontorio del continente asiatico […]”. In tutto questo non è l’assenza di governi che caratterizza l’ondivaga realizzazione di un’Europa unita come scritto da Mario Deaglio (La Stampa, 20 ottobre 2010), ma l’inesistenza di pari capacità politiche tra i partner e l’unità di indirizzo politico che manca nella dimensione euro-unionista. Due limiti che non possono risolversi solo nel dirigismo economico. In fondo lo stesso euro non è espressione di una sovranità pienamente democratica ma è solo il controvalore economico di ciò che rimane ancora oggi un’astrazione politica.

© 2006-2015 Giuseppe Romeo

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