Giuseppe Romeo

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Putin tra credibilità e forza (nonostante tutto)

Putin e Xi Jinping, Putin e TrumpL’avventura russa in Siria sembra concludersi con una vittoria di Mosca. Quale che sia il risultato ottenuto sul campo non sembra essere questa la cifra che distingue la politica estera di Mosca rispetto a quella occidentale. Il 2017 è stato, ma come gli anni precedenti, l’anno dell’Orso e per due motivi sostanziali. Il primo è rappresentato dalla credibilità internazionale di Putin che ha resistito a tutte le spallate possibili tentate dall’Occidente europeo e dagli Stati Uniti, etichettando come strumentale ogni azione condotta da Mosca quasi come se l’imperialismo a stelle e strisce fosse già da archiviare. Come se le campagne per la democrazia nel mondo non abbiano alla fine ottenuto dei saldi in termini di vite umane pari ad una guerra mondiale.


Il secondo, è l’essere riuscito a resistere alle sanzioni europee che hanno ottenuto, come risultato, la riduzione dei saldi commerciali dei paesi dell’Ue la cui esportazione di prodotti verso la Russia rappresentava una voce essenziale della propria economia. Di fronte a questi due dati di fatto, ciò che oggi ci si chiede - con l’Unione Europea che vaga nelle ombre della crescita delle economie euroasiatiche, Cina ed India in particolare, e con gli Stati Uniti preoccupati di non riuscire a tenere più che i fronti esterni, quelli interni – e se Putin riuscirà a resistere alle intemperie che circondano la Russia o se la sue preferenze verso l’Oriente gli attribuiranno più forza. Guardando alle prossime presidenziali russe potremmo chiederci, ad esempio, se un dopo Putin sia una condizione ottimale per gli equilibri mondiali o meno. Ovvero, al di là di tutte le ipocrisie, se un dopo Putin sia temuto più dalla Russia o dalla stessa Unione europea.

E’ evidente che per quanto riguarda l’Unione europea essa ha acriticamente sposato una politica delle sanzioni contro la Russia ispirata dagli Stati Uniti. Una scelta improvvida e non dettata da una seria valutazione geopolitica e anche geostrategica degli scenari. Sia il Medio Oriente che il Nord Africa hanno dimostrato la vana iniziativa dell’Europa nella misura in cui essa è, ancora una volta, un’idea priva di identità politica e, quindi, incapace di valutare e difendere interessi che non siano dei singoli Stati partner o dell’alleato atlantico più importante: gli Stati Uniti. Il dopo Putin per l’Unione europea rischia di essere, paradossalmente, una incognita e non da poco dal momento che l’incapacità di costruire relazioni paritarie con Mosca priva l’idea di Europea di un alleato fondamentale nella realizzazione di un disegno storico di compartecipazione al futuro del continente, alla sua prosperità, alla sua sicurezza. Ma priva, senza Putin, l’Europa, di una possibilità di conoscenza e di dialogo con un modello politico che magari pur esprimendo una nuova leadership o, se manterrà quella odierna, comunque non interagisce con la comunità continentale dal momento che non si intravede una liberazione degli europei dalla subalternità politica verso gli Usa. Una subalternità, questa, ad oggi non solo dannosa in termini commerciali, ma senza risultati sul piano della stessa sicurezza.

Ma se il dopo Putin può preoccupare l’Europa, anche la Russia dovrà fare i conti con il rischio che il Presidente ceda il suo mandato. Cambiare un presidente comporta sempre una crisi di sistema. Trovare un altro presidente come Putin sarà certamente un problema di non poco conto. Proseguire, se il dopo Putin non sarà di …Putin, sulla strada di una leadership pluriennale - che ha traghettato la Russia verso la riconquista della propria identità superando e sopravvivendo all’esperienza sovietica e che ha riorganizzato le relazioni con l’Oriente riscoprendo la natura euroasiatica dell’impero - non è certo cosa semplice. Richiederà una global vision ben definita, idee chiare e, soprattutto, scelte di campo da parte di Mosca. L’Unione europea, dal canto non ha scelta.

Tornare sui propri passi e togliere le sanzioni di fatto sarebbe già una dimostrazione di buon senso sia nei confronti di Putin che, se così sarà, del suo futuro successore. Una necessità per arginare la forte presenza cinese sia i Oriente, ma anche nel Mediterraneo sulla quale Mosca dirige le attenzioni disattese da Bruxelles e dalla stessa Alleanza Atlantica. D’altra parte, le sanzioni sono sempre un atto ostile dal momento che anche se il loro scopo è quello di far crollare lo Stato sanzionato esse sono sempre un errore. Sono un errore oggi perché la Russia non ha dato segni di cedimento e, anzi, essa ha ulteriormente spostato il baricentro verso Oriente facendo si che alla fine Mosca preferisca come “alleato” il nostro miglior concorrente: la Cina di Xi Jinping. D’altra parte, le sanzioni si sono rivelate dannose per chi le ha comminate e proprio chi vi ricorre dovrebbe sapere che non solo non servono a nulla, ma alla fine hanno un effetto boomerang visto che esse rafforzano il potere del sanzionato, attribuiscono una legittimità al potente di turno che magari sino a quel momento non aveva ancora avuto e, questo, perché le sanzioni vengono percepite come umiliazione e affronto. Un sentimento che, alla fine, potrebbe giovare proprio a quel Putin che, di fronte a spettri e timori, la Russia dell’uomo solo finirà per rinnovargli ancora una volta la fiducia a dispetto di qualunque recriminazione democratica.

© 2006-2015 Giuseppe Romeo

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