G. Romeo

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La Cina e il Mediterraneo. Quando la sicurezza è un contratto a favore di terzi

b_200_0_16777215_00_images_articoli_2017_Cina_e_Mediterraneo.pngIl prof. Zbigniew Brzezinski aveva ragione nell’affermare nel suo indimenticabile saggio la Grande Scacchiera che chi controllerà l’Asia Centrale controllerà il mondo. Un testo fondamentale che avrebbe voluto che gli Stati Uniti si ponessero al vertice dei destini mondiali partendo proprio dall’Asia Centrale. Un libro interessante soprattutto per la costruzione del mito neocon e della global vision di quello che sarà il Project a New American Century.


Peccato, però, che le migliori aspettative che avrebbero dovuto considerare una fine dell’Unione Sovietica come fine della Russia e un depotenziamento della Cina non si siano verificate come ritenuto possibile e, soprattutto, a vantaggio degli Stati Uniti proprio nello scenario euroasiatico. Gli errori commessi non furono pochi dal momento che il presupposto era quello di considerare possibile un sistema internazionale neoimperiale con a guida proprio gli Stati Uniti. Oggi, in un modello eterogeneo di esperienze storiche e culturali, e quindi politiche ed economiche, sembra che qualunque ipotesi di una leadership unilaterale sia destinata a fallire. Non si tratta solo di guardare al passato e alle vicende degli imperi che tutti quanti abbiamo studiato a scuola. Si tratta di rivedere come e, soprattutto, in che termini le relazioni internazionali si possono riconfigurare in un modello caratterizzato da una nuova competizione tra le grandi potenze di ieri e gli attori regionali di oggi, come l’India, l’Iran ecc, che sono sempre più consapevoli di poter assumere posizioni da par in parem in molte circostanze, soprattutto se di carattere economico.

L’Occidente aveva tenuto la Cina al di fuori della competizione politica ed economica durante la Guerra Fredda, concentrandosi, in fondo, su quello che gli sembrava più appetibilmente immediato a breve: vedere il vecchio nemico, l’Unione Sovietica, implodere su se stesso senza possibilità di replica. Tuttavia, finito il modello bipolare, ciò che però è saltato subito al naso di un buon osservatore non è solo il ruolo assunto dalla Russia di Putin riemersa dalla ceneri della storia nelle diverse crisi del mondo, ma la reattività geopolitica della Cina. Una reattività che è andata oltre le riserve di caccia del Mar Cinese dimostrando di volersi approssimare al ruolo di potenza mondiale e non più solo continentale. In questo, non solo la Russia gli fa da spalla, ma la stessa Cina ricorre all’arma economica per quadrare un nuovo bilancio che va dalle rivendicazioni dello sfruttamento del Mar cinese alla riproposizione, in chiave riveduta e corretta, di quella via della seta che oggi dovrebbe raccordare mercati che, al di là delle gioie dell’Unione europea, sono sempre di più a leadership cinese.

In questo inizio di secolo è evidente quanto la competizione economica si sia man mano spostata verso l’Asia e non per caso. Mercati più dinamici e presenza di liquidità in valuta occidentale nelle banche dell’Estremo Oriente ha fatto si che le manovre speculative si siano mantenute su livelli di concorrenza tali da sovvertire il dominio delle piazze finanziarie europee. Piazze, queste ultime, destinate negli ultimi anni più che a gestire i propri investimenti a favore della crescita delle imprese, a ripulire i titoli speculativi creati dalla finanza a stelle e strisce. Ma non solo. Anche da un punto di vista strategico la Cina, come anche altri attori, hanno spostato le loro capacità di azione nell’ambito di una rivisitazione dell’idea del soft power ancorandola alle capacità economiche piuttosto che politiche e barattando l’ideale socialcollettivista con le ragioni dell’economia di mercato. Se la Cina si pone oggi come argano dell’economia mondiale, ciò è dovuto non solo al trasferimento di know how da parte dell’industria occidentale avvenuto nei decenni del boom delle delocalizzazioni verso il continente cinese, ma anche per il cambiamento di pelle di un modello politico che protegge la propria credibilità ideologica giocando con gli strumenti dell’economia sino a ieri avversa: quella capitalistica.

In questa sintesi singolare si consumano ogni giorno le possibilità di crescita dei modelli economici occidentali ai quali mancano non solo le capacità di reinventarsi una economia, ma ai quali manca buona parte del circolante ormai collocato sulle piazze finanziarie dell’Estremo Oriente. Inoltre, la presa di coscienza da parte dell’Unione Europea quanto degli Stati Uniti, di vivere nel secolo del Dragone ha ridisegnato anche i rapporti strategici in regioni molto particolari per la stabilità delle nazioni che ne fanno parte. Ciò vale per il Golfo Persico quanto per il Mediterraneo. Di questo la Russia di Putin è tanto consapevole che, rispondendo alle sanzioni imposte dall’Unione europea su richiesta di Washington per l’annessione della Crimea, ha fatto della sua asiaticità l’aspetto più favorito rispetto all’essere anche europea.

L’eccentrica scelta di Mosca risponde, in questo modo, all’inerzia dell’Ue che non guarda in prospettiva se non attraverso gli occhi dei singoli partner, quasi come fosse ritornata in auge l’era delle cancellerie e si fosse lasciata per strada l’idea dell’unione continentale. In questo senso, la Russia di Putin sceglie di lasciar fare a Bruxelles tanto quanto Bruxelles crede di poter trovare in Pechino un interlocutore utile, come se la ricchezza creata dalle società del popolo di Confucio dovesse rimanere quasi per intero nell’ambito dello spazio euro-continentale. Ciò vale anche per la “nuova” via della seta. La Cina nello scoprirsi global abbandona il suo ruolo di potenza regionale avventurandosi verso spazi sino a qualche anno fa ritenuti troppo distanti dagli interessi di Pechino. Spazi che, probabilmente, da qualche anno a questa parte tali non lo sono più. Dal transhipment verso i porti del Mediterraneo, alle imprese edili in Nord Africa quanto alle società di trivellazione ed estrazione in Medio Oriente, la presenza cinese non si fa certo pregare e, in tutta franchezza, essa si muove come se esistesse un piano distributivo della potenza economica che sovverte l’ordine della conquista dei mercati: da Occidente verso Oriente ieri, da Oriente verso Occidente oggi.

Ma che si tratti di assumere quote o di controllare il porto del Pireo o i porti italiani non è questo l’aspetto più eclatante. Ciò che sorprende è come l’Unione europea abbia archiviato quel processo di Barcellona del 1995 che avrebbe dovuto fare del Mediterraneo uno spazio condiviso e di forza economica e non un colabrodo di egoismi. Oggi, per assicurarsi un accesso alla ricchezza altrui costruita in casa propria la sicurezza del Mediterraneo non è solo sicurezza per l’Europa, ma è necessità di garantire sicurezza alle rotte commerciali cinesi ed è sintomatica la presenza navale di Pechino e la partecipazione a manovre militari antipirateria con le forze navali europee. Se si discute di quanto valga la sovranità di un popolo, o di una idea di popolo, si dovrebbe anche considerare quanto si possa ritenere sovrana un’economia, pur senza ledere i principi liberisti a cui ci si vuole ispirare. Arrendersi, però, al Dragone significa derogare ad ogni responsabilità sul futuro e lasciarsi trainare da una cultura ed un modello economico che in fondo oggi è vincente, ma domani potrebbe non esserlo e così, alla fine, ringrazieremo ancora qualcuno per un declino annunciato ma avervi posto rimedio per tempo.

© 2006-2015 Giuseppe Romeo

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