C’è una parola che nel tempo, in molte circostanze, è stata abusata, svalutata, blandita come uno slogan vincente. Una parola sola, ma dai tanti significati purtroppo: legalità. Ebbene, osservando lo scempio civile di una terra marginale nelle politiche nazionali, privata di progetti da una politica regionale senza orizzonti, la Calabria, disarmata tra l’ordigno di Reggio e la rivolta degli immigrati di Rosarno, continua a pagare il prezzo di un Paese miope. Un conto che, nel suo epilogo di criminalità e di disperazione, viene pagato da coloro i quali a vario titolo sono considerati marginali al progresso del Paese: i calabresi e gli immigrati. La Calabria di questi giorni è una terra che parla attraverso i suoi mali. Una terra che vede trasformarsi rispettivamente la ‘ndrangheta in un luogo comune sempre valido e l’ospitalità, quale carattere da sempre delle popolazioni del Sud, in un valore che sembra non aver più quartiere nei piccoli centri calabresi.Il vero problema per lo Stato è mettere in campo alternative e modelli culturali nuovi e credibili, rassicurare il cittadino, difendere chi lavora. La verità, insomma, è che deve essere credibile colui che amministra, colui che fa le scelte e risponde dei risultati, colui che dialoga con le parti, cittadini e immigrati. Oggi non sono più accettabili patti o compiacenze tra politica e criminalità mafiosa, veri o paventati che siano. Non è possibile che San Luca, Platì o Rosarno siano così critici per un Paese incapace di dare risposte e alternative da tempo alle diverse comunità, ai giovani. Ci dovremmo chiedere perché in Calabria non si supera il senso di una quotidianità dell’emergenza. Bisogna chiedersi quanto sia possibile agire sulle generazioni future rendendole protagoniste e non spettatrici del solito teatrino della politica per clientela, dei favori senza tempo magari ostaggio delle lusinghe criminali.
Bisogna chiedersi se è possibile investire, partendo dalla Calabria, su uno Stato nuovo, su una politica nuova che rifiuti le comode e remunerative aree grigie dove la legalità evapora. Una politica che si ponga come servizio, non come affarismo e potere. Si tratta di valutare quanto si possa ancora oggi vivere ai margini della legge e quanto sia ancora tollerabile che proprio i cosiddetti paladini della legalità ne possano abusare modificandone il significato all’occorrenza. Perché la forza della legalità è data solo dalla credibilità di chi la celebra, da chi ne usa il significato, da chi nei fatti e nelle opere, oltre che nello stile di vita, si assume la responsabilità politica, civile e morale di esserne il primo a pagarne il prezzo mettendosi da parte.