Lettera aperta o parole al vento

Lettera aperta o parole al ventoPremetto che non sono un medico, né faccio parte di Task Force da ultimo giorno. Né, tantomeno, sono un avventista che crede in una prossima fine del mondo. Ritengo di potermi definire un realista con propensione ad un idealismo pragmatico, ammesso che come tale io possa definirmi superando una possibile ossimoricità. Credo, senza mettere in discussione lo stato emergenziale, che siamo finiti - tutti e nessuno escluso - dentro un tunnel di timore pandemico con caratteri ossessivo compulsivi.
Credo che - numeri ufficiali alla mano e al netto dei catastrofismi di una comunità scientifica che ha dato il "meglio" che poteva dare di sé stessa e al ribasso - forse dovremmo riconsiderare noi stessi e con noi dovrebbe riesaminarsi chi decide di guidare comunità in senso politico ed amministrativo. Chiusure o non chiusure, è ragionevole pensare che se abbiamo rifiutato l'immunità di gregge, non quella di Zalone, alla fine abbiamo realizzato delle contaminazioni da stalla e continuiamo a predicarle. Non solo.
In nome dell'emergenza abbiamo anche sospeso prestazioni chirurgiche e diagnostiche, come se l'emergenza ci salvasse da altre, forse più mortali, patologie di cui nessuno sembra preoccuparsene. Riteniamo che chiudere la regione ai rientri sia una necessità di tutela come se, chi torna a casa fosse un incosciente o un povero disgraziato mentre, forse, al di là delle quarantene disposte, non si capisce sulla base di quale potere in materia di autorità sanitaria - che vada al di fuori delle limitate previsioni consentite agli amministratori locali - ciò possa avvenire.
Senza entrare nel merito della legittimità delle ordinanze regionali e comunali - il cui valore legale non dovrebbe sfuggire a sindaci che conoscono la professione forense - credo che cavalcare onde emergenziali perdendo di vista l'emergenza quotidiana sia forse qualcosa di cui non poter non tener conto. Credo, per mera convinzione e qualche piccola esperienza, che forse dovevamo ricordarci dell'epidemia di colera degli anni Settanta per la quale, noi piccole anime calabresi in fila per due e senza resti, fummo vaccinati a scuola. Un'epidemia di colera che, pur essendovi un vaccino, non ricorda scuole chiuse o dinieghi ai campani di scendere in Calabria o di recarsi al Nord e procedure varie.
Ma il vero problema, ormai credo di averlo capito ma vorrei sbagliarmi - e se così fosse chiedo pubblicamente scusa - è che o si è capaci di assicurare le cure o non lo si è. Non credo che sarà la quarantena infinita degli untori del Nord o altro che ridurrà quel poco turismo di ritorno quest'anno in Calabria. Tranquilli, nei prossimi anni sarà l'immagine negativa del sistema sanitario calabrese, data da chi lo ha così descritto, ad allontanare i turisti, di ritorno o i temerari degli anni passati. E non ci sono pagine od interviste in angloamericana salsa o le televisive parole salottiere che terranno. Perché, alla fine, supereremo anche questa prova, se lo è stata, ma le inadeguatezze, le incapacità, la confusione, le parole offensive sui social, la paura dell'untore calabronordico, il presentare la sanità come fatto al netto delle eccellenze che, però, non fanno normalità, rimarranno come il danno più grande per il Sud.

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