(le solite) Tarantelle elettorali

(le solite) Tarantelle elettoraliLa vita politica è forse l’unico svago rimasto oggi a chi si trova senza argomenti per guardare a sé stesso e a ciò che lo circonda. La vita politica e la corsa al posto politico è diventata la vera scommessa del futuro per chi crede di poter ancora conquistare la fetta mancata della torta, o per chi ancora una volta si ostina a conservare quella conquistata.
 
Non ci sono dubbi che, idee a parte, la politica sia diventata il miglior mezzo per assicurarsi un futuro, per sopravvivere al meglio dotandosi di un proprio recinto nel quale risolvere ogni propria incertezza, ogni propria inadeguatezza e ogni possibilità di trovarsi un lavoro alternativo ad altri che, in verità, richiederebbero un impegno ed un rischio. La verità è che negli anni, al netto delle consolidate figure familistiche che assicurano la continuità pro domo loro, non vi è dubbio che al Sud la politica abbia assunto un ruolo da ammortizzatore sociale, direttamente o indirettamente poco importa.
 
Un ruolo di assistenza per chi la fa e per chi la serve, la politica, e che la priva di indipendenza, di scelta, di sincerità di scopo per non usare un termine diverso, ma forse troppo forte per la sensibilità di qualche occasionale blasonato lettore. Il rito delle tarantelle propiziatrici si sostituisce alla realtà quotidiana, stendendo una cortina fumogena sui limiti di una cultura amministrativa, per affidare la luce prossima a chi di prossimo non ha nulla e del prossimo non ha stima se non quando serve. In questa scommessa continua, è davvero un peccato che non sia stata creata una smorfia per una lotteria politica cui manca solo il rango di oggetto ufficiale per un Bet.
 
Sarebbe un successo visto che, dallo sport ad altro, ormai si può scommettere su tutto e allora perché non su chi vincerà la partita del cuore, il suo? Senza ancorare a cartomanzie dell’ultima ora o alle moltiplicazioni di pani e pesci alle mai concluse nozze di Cana in salsa calabrese, credo che ai nastri di partenza vi sia già un assembramento - termine diventato caro ai cultori del terrore pandemico e sdoganato dal Diritto di Polizia per chi lo vedeva come una antipatica limitazione alla libertà di associazione e di manifestazione - che, almeno in campo politico, non ha mai avuto limiti né di ammassamento né di confluenze e meno che mai di trasmigrazioni.
 
Si approssimano ormai Salvatori di ogni tipo, in fondo siamo a Natale e possiamo crederci e illuderci nuovamente, giovani taumaturghi benpensanti e primule sempreverdi anche se attempate di partito che tentato di sopravvivere come se non fosse mai accaduto nulla, come se la responsabilità della deriva regionale fosse colpa di chissà quale altro conquistadores cui, non contenti di quelli di ieri, abbiamo aperto e apriremo nuovamente le porte per poterli acclamare. In questa arena con pochi veri gladiatori, si continua a ballare e ognuno interpreta il ballo secondo propri passi, propri costumi.
 
D’altra parte, se la tarantella rappresenta un ballo ordinatore di una confusione intima alla cultura dell’arrangiarsi, non si poteva ricorrere a migliore metafora per fotografare il nostro quotidiano. Una realtà sempre di più in bianco e nero, che, forse, dovrebbe guardare e riflettere su ben altre fotografie, su ben altre realtà nascoste dietro l’angolo da una supponente idea di essere sempre più capaci e migliori di altri.

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