Trasformismo. Una novità o un modo di essere?

Trasformismo. Una novità o un modo di essere?Molti di noi a scuola superiore avranno certamente letto la parola «trasformismo». Nulla a che vedere con mondi arcobaleni o altre vie della variegata umanità che oggi ci assalgono.
 
No! Si trattava di una pratica politica consolidata, maturata nell’Italia post-unitaria e che, in fondo, non era di certo monopolio né del Nord né del Sud anche se, in effetti e in molta e dovuta onestà, la nostra cultura del sopravvivere al padrone di turno ci ha insegnato e consigliato come e in che misura essere pronti a cambiare bardatura. Certo, l’Italia in sé ha di che rallegrarsi, vogliamo ricordare le nostre alleanze, fatte, disfatte, spergiurate e poi rinnegate?
 
Tuttavia la prassi politica -quella che nulla ha a che vedere con la praxis marxista nella sua migliore e positiva accezione- nell’essere sola e pietosa pratica parlamentare di Agostino Depretis fece del trasformismo un metodo di governo dove tutto era possibile, dall’essere socialista riformista con sponde conservatrici, o conservatore senza rinunciare a fare occhiolini di circostanza al nemico presunto, ma alleato possibile, convinti che al prossimo cambio delle carte si sarebbe restituito il favore (un pò quello che è accaduto ancora oggi tra i governi Conte e Draghi, ma con buoni esempi anche prima).
 
Ebbene, dopo aver visto la promozione di un prossimo evento dal titolo, carino per carità, del tipo “Verso le elezioni regionali: solito trasformismo o occasione di cambiamento per la Calabria?” mi sono chiesto se, per caso, ci fossero margini per credere in un cambio di rotta che non vedo all’orizzonte.
 
Ora, in piena libertà di pensiero, credo che le risposte siano tutte nella storia della regione, nella sua innata capacità di calmierare -per necessità o per interesse- ogni spinta che andrebbe verso l’innovazione o il cambiamento. Una prassi adottata per giustificare un quotidiano che, alla fine, nel suo trascinarsi cadenzando i giorni e gli anni, fa del futuro un dejà vu tutto nostro.
 
D’altra parte, chi potrebbe dire di essere stato un prodotto politico originale senza aver cambiato almeno una volta, e sarebbe già ammirevole se fosse stata una, un abito pronto nell’armadio per l’occasione elettorale di là da venire? In un mondo piccolo, ma non tanto, nel quale fare politica resta ancora un buon lavoro (volevo scriverlo in vernacolese jonico, ma avrebbe dato adito a riferimenti del passato non piacevoli) il solito è un po' come un’ordinazione al bar: una questione di abitudine e, pertanto, può rinnovarsi il colore, ma non cambierà il sapore.
 
Il trasformismo, il solito, è, in fondo, il sale della vita politica di questa terra - come dell’Italia di cui la Calabria oggi ne rappresenta un singolare laboratorio -e colpisce chiunque- perché, al di là dei programmi, che ancora oggi non si leggono, ciò che si pone al centro è l’individuo politico, la sua estrosità o il suo conformismo. L’essere un istrionico promotore di sé stesso o il vederlo scegliere compassate figure da basso profilo per celare, nella ben recitata finta umiltà, un proprio disegno personale.
 
Insomma, forse anche in politica vale la legge di Antoine-Laurent de Lavoisier - vi ricordate il principio della conservazione della massa nella meccanica classica mutuato anche in termodinamica? - per la quale nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E, allora, se ciò avviene nella grande officina della natura cosa ci si vuole aspettare dall’umano mondo della politica regionale?

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