Vuoti dell’anima o dell’animo?

Vuoti dell’anima o dell’animo?In un tempo lontano lontano, se volessimo utilizzare un incipit cinematografico d’effetto, c’erano paesi e sentieri, cespugli ridondanti che segnavano tratturi tra le campagne assolate d’estate.
 
C’erano sentieri dell’anima, come li apostrofava splendidamente Antonio Delfino riferendosi al viatico di Polsi che offrivano della locride e, con essa, della Calabria una dimensione spirituale, quasi al limite di un esoterismo tollerato nel riconoscere nei silenzi o nei profumi l’opera di una mano invisibile. Una mano che guidava i nostri passi in spazi che, per quanto noti, sorprendevano ogni volta. Una mano che oggi non si offrirebbe a nessuno perché manca quella presa di coscienza di una visione di insieme, di uno sguardo complessivo sul nostro essere che si perde nell’abitudine dei luoghi comuni fatti da valori di consumo che ai nostri nonni erano sconosciuti.
 
L’abbandono della semplicità, la ricerca del successo, un quotidiano da consumare take away (ovvero il prendi e porta via o del cotto e mangiato) e la pervasività della lotta politica che modella le relazioni sociali sembra prevalere in una cultura, quella meridionale se non mediterranea, che non vuole più distinguersi dal razionalismo al cronometro di altre latitudini dove se al tempo si affida il guadagno, di certo al tempo si toglie il pensiero. In una regione prossima a culture che del tempo e dei luoghi ne hanno fatto simbolo di un’esistenza vissuta in simbiosi con una natura semplice ma non avara, ci dimentichiamo spesso che l’anima ha bisogno di cure, di attenzioni che nascono solo dal come ci predisponiamo verso l’altro e verso la natura che ci circonda.
 
L’abbandono degli spazi, dei sentieri, della ruralità che ormai non ha distanza fisica ma solo culturale, significa abbandonare l’anima del nostro passato per affrontare, senza anima, il futuro. Andare per i sentieri dell’anima diventa, oggi, un percorso necessario per esercitarsi in una sorta di analisi introspettiva che dovrebbe farci abbandonare quegli egoismi che impediscono alla nostra terra di affermare una propria dignità, che non è quella promossa all’occorrenza tra patinate pagine di riviste o da promozione digitale. Perdere l’anima, alla fine, non è solo il perdersi d’animo o rassegnarsi, ma è anche calpestare sentieri di vita per assicurarsi un misero successo o per mantenere celebrità di breve durata.

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