L’Ue e la crisi russo-ucraina

Apprendisti e pericolosi stregoni
Volodymyr Zelens'kyj, Putin, von der Leyen, Biden
A quanto pare non ci sono più finestre di Overton o algoritmi del potere da esplorare in un momento nel quale la politica europea di fronte alla crisi russo-ucraina dimostra tutta la sua impulsività e i limiti di orizzonte, se non di consapevolezza del ruolo che tale esperienza economico-politica ha rappresentato sino a ieri e che avrebbe dovuto rappresentare domani. E forse siamo anche andati ben oltre quell’altamente improbabile, di quel cigno nero che ci fa riflettere sul fatto che non ci sia limite al peggio. 
 
Al di là delle ragioni delle parti e della violazione da parte di Mosca della sovranità di uno Stato riconosciuto come indipendente da parte della comunità internazionale, e andando anche al di là di ogni condanna giusta meno giusta che sia, gli uni per l’aggressione, gli altri per le sofferenze inferte alla minoranza russa del Donbass, le dichiarazioni rese da parte della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in queste ore invece di contribuire, come dovrebbe fare l’Unione europea per vincolo e scopo di trattato, a favorire un percorso di de-escalation intervengono come pericolosi macigni. Frasi che sembrano avere lo scopo di rilanciare lo scontro se non a sostenerlo, ponendosi come pericoloso ostacolo a qualunque possibile processo di componimento di una crisi per la quale l’Unione stessa dovrebbe essere promotrice di negoziato e mantenere una posizione super partes.
 
Le dichiarazioni della von der Leyen che l'UE finanzierà l'acquisto e fornitura di armi alle forze ucraine, se queste esisteranno ancora come tali, e senza attendere l’esito dei negoziati di cui l’Ue se fosse stata credibile avrebbe dovuto favorire se non assumerne l’iniziativa, non solo non hanno fondamento giuridico nei trattati, ma rappresentano un pericolosissimo precedente per il futuro. Con una Global strategy che non va oltre un documento retorico oltre ad essere ridondante, quindi, senza anima, ridotta a essere una dichiarazione di intenti e priva, altrettanto, di una vera Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC), l’Unione europea deroga dalla sua natura cooperativa e di promotore di stabilità per assumere una parte attiva, e poco importa se non scendendo direttamente in campo, dichiarando di destinare risorse alla fornitura di armamenti. Ciò significa abbandonare quel ruolo e quella natura di organizzazione super partes che ne ha contraddistinto la storia e i principi istitutivi, per assumere scelte che vanno ben al di sopra del quantum di sovranità delegato con i trattati dagli Stati membri, ricordando, almeno per quanto riguarda l’Italia, che l’art.11 Cost. indica e chiaramente che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
 
Non a caso “un primo comma”, importante che è alla base delle cessioni di sovranità ma solamente per organizzazioni che hanno come finalità la garanzia della pace e della sicurezza internazionale. Le parole della von der Layen, che dovrebbero rappresentare più una personale indicazione ma non trasformarsi in una volontà comune degli Stati membri, non solo sono gravi per i contenuti e per il momento in cui vengono pronunciate - negoziati in corso a Gomel - ma contrastano con quella funzione di negoziatore che nelle crisi che non riguardano l’Ue in quanto tale, Bruxelles dovrebbe assumere.
 
Alla von der Leyen forse sfuggono le ragioni che giustificano l’esistenza dell’Ue, nonché i termini politici e geopolitici nei quali un’aggregazione come quella eurounionista dovrebbe esprimersi per dotarsi di credibilità e porsi al di sopra delle parti. Se così fosse, se fosse possibile stanziare fondi per acquistare armi da parte dell’Ue per sostenere chi subisce un’aggressione allora la natura dell’Ue dovrebbe mutare per trattato, altrimenti la domanda è perché per l’Ucraina si e, ad esempio, per sostenere la guerriglia in Yemen no?. Forse perché il ruolo assunto dall’Arabia Saudita in questo conflitto altrettanto sporco non crea imbarazzo?
 
L’Italia dovrebbe ricordarsi che stanziare fondi per fornire armi significa comunque fare una scelta di campo ben precisa e, quindi, andare ben oltre le previsioni costituzionali di cui al richiamato articolo 11. Significa perdere in futuro dignità negoziale, se mai ne avesse avuta, ed essere ricattabile in futuro a seconda di come e di chi prevarrà, e con quali condizioni, ai negoziati.
 

Le dichiarazioni della von der Leyen, per questo, mettono a repentaglio il ruolo di terzietà che l’Europa dovrebbe giocare senza ubbidire o sottostare alle ragioni degli uni o degli altri o rispondere al richiamo della nuova Madrepatria a stelle e strisce. Se così è, allora forse sarebbe il caso di rispondere alla domanda posta dal presidente Putin una volta per tutte, almeno si saprebbe, e lo saprebbero tutti gli europei, del perché non abbiamo voluto la Russia come amica ieri e la consideriamo nemica oggi. Forse nella risposta a questa domanda, seppur posta tempo fa da un leader le cui scelte si possono non condividere, renderebbero giustizia a quella onestà intellettuale e non solo cui tutti gli europei, ucraini e russi compresi, attendono che si manifesti da anni.

Acquistare armi e fornirle ha un significato politico importante e determina delle conseguenze altrettanto proporzionalmente importanti, definisce una scelta di campo precisa, netta, e impedirà domani all’Unione europea di potersi proporre dovunque come negoziatore credibile. Voglia il cielo che le armi targate Ue, e Italia, non siano usate contro civili e che esse non possano, se usate impropriamente o strumentalmente, essere ricondotte al fornitore o, ancora peggio - data la volontà ucraina di armare senza controllo la popolazione - alimentare gli arsenali di una delle mafie più potenti del mondo (sino a ieri quella “russo-ucraina”) e favorire il mercato nero delle armi. Se così fosse, anche solo per errore, l'Unione europea non avrà più alcun significato e non potrà dare lezioni al mondo di pace e di garanzie.


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