Il prezzo geopolitico di un azzardo

Gli Stati Uniti, l'Europa e la crisi russo-ucraina

Gli Stati Uniti, l’Europa e la crisi russo-ucrainaCi sono scommesse che a volte si vincono e a volte si perdono, così come vi sono azzardi che a volte pagano e altre volte restituiscono in peggio l’iniziativa presa. Ora, senza sconfinare in una dissertazione storico-politica sul come e in che modo una politica di potenza può essere condotta con buone possibilità di successo o, al contrario, come questa può ripiegarsi su sé stessa a condizioni date, ovvero a seguito di mutamenti anche repentini dei presupposti politico-strategici ed economici, si potrebbe dire che si sia giunti alla resa dei conti.
 
Una resa dei conti che non avrà vincitori o vinti, ma che realizzerà, in quel disegno della storia che gli uomini tentano ogni volta di tracciare, un riorientamento delle traiettorie geopolitiche dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Anche qui, ne abbiamo letto di ogni tipo: snocciolato analisi predittive, ascoltato le saccenze gallonate di strateghi poco inclini all’aver studiato un Clausewitz o, magari più indietro, sfogliato uno Strategikon, forse troppo “bizantino” per i palati neonapoleonici atlantici e di casa nostra. Tuttavia, senza preoccuparci di aver scampato, forse, un overkill nucleare, la crisi russo-ucraina ci fornisce due lezioni immediate e due conferme, semmai ce ne fosse bisogno. Le lezioni.
 
La prima è che ad ascoltare e a mettere un po’ di onestà negli ingredienti di un pasto non si sbaglia mai. Forse si possono usare contorni che danno del piatto un gusto diverso, magari più adeguato al palato dello chef, ma alla fine è la sostanza che emerge e, nel caso della crisi russo-ucraina la provocazione intenzionale degli Stati Uniti di far uscire la Russia allo scoperto pur con i suoi limiti, tattico-strategici, ma anche con le sue ragioni sembra ormai evidente.
La seconda lezione, è che a non fare i conti con il passato per garantirsi una legittima intonsità ponendosi dalla parte dei buoni si finisce per lasciare il campo a chi della storia, del ricordo o delle frasi dette e poi dimenticate ne fa scudo e poi arma di ritorno.
 
È il prezzo pagato dagli ultimi Presidenti americani, in particolare da Clinton in poi, ad eccezione di Trump, convinti di piegare sempre i fatti a quel national interest che domina le scelte in politica estera, o è il caso dell’Europa, quella dell’Ue, che nella sua agenda smemorata e senza argomenti per giustificare il suo fallimento nella Politica di Difesa e Sicurezza Comune e del poco valore di una Eu-Global Strategy da tavolo, nasconde le sue incapacità di negoziatore, affidandosi alla Nato quale argomento decisivo ma poco credibile. Strumento, quest’ultimo, il cui carattere militare per quanto più appariscente, di fatto è surclassato dalla dimensione politica che l’Alleanza assume ponendosi come appendice di Washington nel regolare equilibri e governare interessi nel giardino europeo allorquando da altre parti le cose non vanno come zio Tom immaginava. In questo scenario imbarazzante se non drammatico rappresentato dalla crisi russo-ucraina - prevedibile, gestibile e, soprattutto, fisiologica in un quadro di riassetto non solo dei rapporti di forza, l’Europa non ha una sua idea di forza, ma soprattutto politico-territoriale - l’Occidente europeo, perde di immagine, perde di credibilità, perde di assertività. Non solo perché l’incapacità di negoziare si è lasciata andare in un abbandono della Russia e di Kiev a sé stesse, con l’Ucraina convinta che Washington si muovesse per ideali puri e non, al contrario per interessi ben precisi tenuti nel cassetto da anni, ma perché il compiacere al dominus pagante da sempre ha ridotto ancora una volta il significato e il senso di costruire una “Casa comune europea” (ricordate Gorbaciov?)
 
L’aver deciso che la Russia fosse il nuovo, vecchio nemico di sempre, l’averla relegata se non spinta fuori da ogni tavolo negoziale, l’averne non considerato le richieste di assicurazione per una sicurezza che non riguardava Mosca ma ogni Stato di questo mai cresciuto continente, ha ridotto ogni governo europeo ad essere un fantasma di sé stesso. Un ologramma, se si vuole, che guarda oltreatlantico al proprio protettore, al centro dell’Impero, quasi come una sorta di film alla Lucas al quale Federazioni dei mercanti e altre alleanze nel mondo permettendo chiuderebbero il cerchio agli unici depositari dei valori democratici o del diritto internazionale già dotati, però, di attenuanti utili al momento o rinunciando di accettare giurisdizioni di eventuali corti.
 
Ciò che si osserva oggi, insomma, nel lento ma progressivo cambiamento di narrativa in Occidente, è una sorta di lenta ma necessaria nuova prospettiva che permette di capire come e in che misura l’azzardo americano giocato in Ucraina utilizzando l’allargamento della Nato stia rendendo sempre più nudo Re Biden. E non solo perché è evidente la volontà degli Stati Uniti di aver voluto aprire un funzionale fronte di crisi in Europa e a ridosso della Russia. Ma per averlo fatto nella speranza di determinare un capovolgimento di rapporti internazionali che avrebbero visto prima o poi gli Stati Uniti dover fare i conti con quel mondo autodefinitosi no-Western World del quale la Cina e l’India ne sono le migliori e più performanti, economicamente, espressioni cui la Russia non disdice di appartenervi. E perché un’Europa commercialmente capace di crearsi un proprio mercato allargato ad Oriente, veicolata dalla Russia, avrebbe rappresentato quel pericolo che Washington evita da sempre: l’isolamento dai mercati che contano e la fine del dominio del dollaro.
 
La riscoperta dei diritti delle minoranze russe del Donbas o la possibilità di negoziare lo status della Crimea da parte di un’Ucraina ondivaga e confusa nei ruoli assunti dal proprio presidente, fermata nelle intenzioni da Washington dimostrano senza alcun elemento di dubbio non solo l’assenza di un Kissinger al Biden Oval Office, ma la piccola e mediocre capacità americana di celare il terrore che anche una mezza vittoria per Mosca possa rappresentare quel mattone in bilico sul quale scivolare. Alla fine, per quanto eccezionali e manifestamente destinati, secondo loro, a guidare le sorti del mondo, la Provvidenza sembra voler fare altre scelte e aprire ad un mondo diverso, Europa compresa. Un mondo più cooperativo, meno pronto a sfoderare la colt del momento e prudentemente accorto a non far fumare troppo canne armate per servire un padrone che non fa sconti se non si accetta un modo di vivere, di consumare e di interpretare valori e tradizioni al di fuori delle regole imposte.
 
Forse, senza scomodare Chalmers Johnson e il suo emblematico ma efficace The Sorrow of Empire (Military, Secrecy and the End of the Republic) del 2004 potremmo richiamare sicuramente non un agnello che ha segnato la storia del Dipartimento di Stato della Difesa come Robert McNamara che, guardando in retrospettiva alla crisi di Cuba affermò che “Alla fine, è stata tutta fortuna. Fummo estremamente vicini a una guerra nucleare e solo la fortuna l’ha impedita”.
 
Forse nell’azzardo di democrat solo a parole statunitensi come di casa nostra che ci provano, dovremmo chiederci che prezzo noi europei siamo disposti a pagare per le intemperanze di un dominus che quando non realizza il suo conto ripiega su sé stesso, lasciando agli altri di sbrigarsela da soli nelle macerie della storia.
 
E, forse, ancora, possiamo sempre ricordare ad un Biden che non ha memoria che sempre per McNamara valeva l’assunto che “Se non riusciamo a convincere le nazioni dei meriti della nostra causa, forse dovremmo riesaminarla”. Frase che oggi andrebbe migliorata in chiusura con un “forse dovremmo avere l’umiltà, il coraggio e l’onestà per riesaminarla. Ed è questo che l’Europa dovrebbe chiedere agli Stati Uniti una volta per tutte. Perché se un compito ha oggi l’Europa è quello di ricollocare al centro le ragioni di Mosca e di Kiev. È quello di evitare che si consolidi l’opinione per la quale anche se geograficamente, ma anche sul piano politico e culturale, la Russia si trova fra Europa e Asia non si può pensare che l’unico risultato possibile è che essa, la Russia, continui a non sentirsi di appartenere pienamente né all’una né all’altra (N. Nashenkampf, S.V. Pogorel’skaja, Sovremennaja Geopolitika, 2005). Ristabilire un quadro di negoziato e di contrattazione efficace dovrebbe portare ad una comunità continentale che vada da Lisbona a Vladivostok. Un piatto difficile da digerire per Washington, ma si tratterebbe di un piatto unico, vitale per tutti noi.

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