Calabria. La giustizia di tutti e di nessuno

Calabria. La giustizia di tutti e di nessunoParlare di giustizia e di giudici non sempre è un buon argomento per descrivere situazioni di convivenza tra norme e comportamenti che contraddistinguono un vivere civile o un sistema democratico così definito. Parlare, poi, di riforma della giustizia per risolvere assetti complessi e resi sempre più difficili da anni di autonoma gestione dei ruoli, e di una politica fortemente divisa tra giustizialisti d’occasione e garantisti per opportunità, non ci distinguerebbe per originalità.
 
Tutto questo, dal momento che non vi sono proposte organiche di riorganizzazione dell’ordinamento processuale e soprattutto dell’ordine giudiziario che possano, nel rispetto dell’autonomia costituzionale di un così importante potere dello Stato, favorirne un’adeguata rivisitazione.
 
Una riorganizzazione non solo delle procedure, ma dei ruoli, delle carriere, dell’impiego e del controllo che in un potere dotato di naturale autonomia diventa estremamente difficile. Ora, nelle rocambolesche performance giudiziarie tra la procura di Salerno, da sempre deputata a trattare indagini condotte a vario titolo a carico di magistrati in servizio presso i diversi uffici giudiziari di Catanzaro, e i giudici del nostro capoluogo vi è la convinzione che qualcosa nel meccanismo di gestione delle rispettive azioni giudiziarie sia venuto meno.
 
Nella vicenda di Catanzaro, nella gestione dei fascicoli processuali, nella condotta delle indagini, così come nella competizione investigativa della procura di Salerno emerge un quadro significativo, chiaro, di una confusione dei ruoli e delle competenze motivate entrambe da previsioni di legge, ma sfuggite dalla possibilità di un’avocazione diversa delle indagini che poteva essere decisa dall’organo di autogoverno se vi fosse stato un interesse significativo alla condotta e conclusione dell’inchiesta contestata, oggi risoltosi, di fronte all’irreparabile, con un salomonico trasferimento di due procuratori. Ruoli e competenze che, seppur suffragati da punti di vista legittimi, non possono più avvalorare allo stato degli atti, e delle azioni, rispettivamente né l’esclusività di indagine di una procura né la “serenità” di giudizio di un tribunale.
 
Tuttavia, se questo è il risultato più immediato, la vicenda della “guerra tra procure” non è solo questo. Nella confusa gestione dei ruoli e delle competenze manifestatasi tra prove assunte, prove mancate, teoremi dimostrabili, architetture investigative, giochi di attribuzione di poteri di indagine o di giudizio, emergenti prossimità personali ambigue o imbarazzanti, vi è un altro aspetto che da calabresi non ci meraviglia. E, cioè, l’andamento in ordine sparso di indagini e processi che o si dilatano nei tempi o si risolvono con celerità secondo canoni interpretativi molto singolari a seconda della “qualità” delle parti in causa.
 
Al di là dei contenuti delle diverse posizioni dichiarate o meno, a favore delle tesi dell’una o dell’altra procura, vi è oggi la presentazione di un quadro già noto nei nostri intimi convincimenti di cittadini e di operatori del diritto: ovvero l’intrinseca e manifesta presenza di intrecci politici, personali, economici che lasciano, nella grigia colorazione di un ambiente sempre di più a tinte fosche, un senso di legittima suspicione. Quel sentimento di ragionevole dubbio che ci permetteva già in passato di affermare che esistono più verità: quella dei fatti e quelle processuali. Verità che si amalgamano o si dissociano a seconda delle “circostanze”, delle regie o della sovrapposizione di ambienti prossimi che si avvicinano “troppo”, e troppo spesso, alla vita pubblica di una comunità e ai poteri che la regolano.
 
Nella vicenda della poco edificante “querelle” delle procure ormai non possiamo nemmeno dire che esisterà una verità processuale dal momento che, il processo in questo caso, rimarrà una possibilità effimera, privata di una coerente azione di indagine, per dare luminosità a ciò che da sempre si sa che esiste ma che non si vede o non si vuol vedere: il retroscena del puzzle dei rapporti di potere costruito tra politica, pubblica amministrazione e forse altro. L’unica certezza che ci rimane, da cittadini rassegnatamente disillusi, è essere consapevoli della facile permeabilità di ambiti che dovrebbero garantire una maggior equidistanza e un minor coinvolgimento, soprattutto personale, dei magistrati inquirenti e giudicanti, in dinamiche che sono poco compatibili con quelli della ragione giudiziaria, della deontologia professionale, della responsabilità di fronte al Paese intero e ai cittadini onesti.
 
Di fronte a ciò è evidente che non sarà solo una semplice riforma che potrà mutare un quadro così poco confacente alla nostra civiltà giuridica. Bensì servirà una diversa cultura del fare giustizia, una nuova consapevolezza per la quale l’esercizio di un potere che deve restare autonomo non è solo una garanzia di indipendenza, ma è il risultato di una condizione etica e morale. Quella condizione etica e morale di una giustizia vera che è uno dei fattori di crescita di una comunità civile. Sarà necessaria un’azione che tenda a modificare con coraggio e autorità, senza franchigie e guarentigie alcune, rendite di posizione acquisite negli anni da chi avrebbe avuto il dovere di far emergere la verità e chi avrebbe dovuto giudicare il vero. Un’azione tale da far si che nessuno possa esercitare un potere così delicato che non può prevedere esercizi personali né, tanto meno, rendersi funzionale a garantire spazi di immunità giudiziaria a nessuno, neanche agli stessi magistrati qualora coinvolti. Sarà indispensabile considerare che l’uso del potere giudiziario secondo gli indirizzi di un ufficio non può allargare, ancora di più del limite raggiunto, quel margine di discrezionalità interpretativa sul procedere o meno, sul come e in che modo giudicare, e sul come e verso chi, che di fatto rende solo enunciabile, e solo all’occorrenza, l’obbligatorietà presunta dell’azione penale.
 
Sarà fondamentale affermare nei fatti che il potere, quello giudiziario, soprattutto nelle regioni più sensibili, dove l’azione etica e morale dovrebbe essere la premessa per rendere credibile il senso dello Stato e la lealtà di chi lo rappresenta, dovrebbe essere avulso da qualunque tipo di “inquinamento” e di prossimità personali. Un potere che dovrebbe rifiutare qualunque coinvolgimento ambientale che si configura come uno degli aspetti più nefasti nella crescita ordinata di una società, con effetti devastanti -per deficit di comunicazione di credibilità, di professionalità e della qualità dei risultati ottenuti- più di qualunque manifestazione criminale. Di quella criminalità, mafiosa, ma anche economica e amministrativa che, soprattutto in Calabria, la giustizia, questa giustizia, al di là di ogni riforma possibile, dovrebbe combattere con lealtà, coraggio e determinazione evitando di essere vittima delle interpretazioni e delle ambizioni personali dei singoli. Evitando che si consolidino prospettive poco serene di uso strumentale del diritto che trasformano il senso giuridico di una legalità apparente in un pantano di illiceità sostanziale e diffusa. Un pantano giudiziario nel quale è sempre più difficile rimanere a galla e il cui prezzo lo paghiamo tutti noi, in Calabria, con buona pace di coloro che continuano a violare le norme e di chi considera secondo prospettive distorte il proprio ruolo e il proprio ufficio.

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