Oltre la Liberazione… vivere nella Riconciliazione

Un manifesto per una nuova Italia
Oltre la Liberazione…vivere nella Riconciliazione
Siamo arrivati nuovamente alla data di aprile che per gli italiani dovrebbe fare la differenza da sempre o, almeno, nel tempo della storia repubblicana: l’Anniversario della Liberazione. Una data che ha un significato ed è giusto che lo rivendichi.
Ma i tempi mutano e con essi la storia che riporta al chiaro momenti, sentimenti e pensieri che non rispondono più a narrative unilaterali, che escludono o processano letture diverse che non possono più essere tacciate di revisionismo d’occasione. Molto spesso, nelle pieghe delle nostre vite, la storia sembra chinarsi ad una visione ufficiale, data per corretta perché giustificata da condizioni migliori di vita, la cui difesa pone quasi il crisma di definitività verso qualunque tentazione di essere poi rivista. Certo, non ho vissuto la Liberazione. Come tanti appartengo a coloro che dovrebbero essere i principali fruitori di quell’Italia libera, nuova, di una democrazia che avrebbe dovuto, e negli anni Cinquanta e Sessanta cosi fu, valorizzare merito e capacità, rimuovendo ostacoli al progresso della persona umana e che avrebbe dovuto fare della tolleranza, e non della demagogia populistica, un valore aggiunto ad ogni manifestazione del nostro essere soprattutto italiani e cittadini.
Appartengo anche, però, a quella generazione che ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta e che crescendo tra i banchi di scuola e vagando negli anni successivi per il Paese, ha potuto ascoltare la storia dalla voce dei protagonisti, di destra, di sinistra, di centro e di ogni dove e altrove politico, vivendone d’adulto le cerimonie, le celebrazioni e rispettando anche le diverse liturgie civili che si sono consolidate nel tempo. Riti, sempre occupati però, spesso con molta supponenza e non con poche critiche, a voler definire in modo netto chi stava dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. Un dilemma che padri, madri, figli, nonni e nipoti, famiglie intere, hanno visto maturare, chi più e chi meno, nel corso delle loro vite. Vite, quelle di chi ci ha preceduto, sopravvissute ad una guerra combattuta da una nazione come subalterna ad un totalitarismo miope, alleata ad un pari emulo criminale, trascinata nel baratro da velleità imperiali da chi non conosceva l’avvertimento clausewitziano per il quale nessuno che ragioni dovrebbe fare una guerra se non sa perché e, soprattutto, come farla. E probabilmente in Italia in pochi ragionavano visto che né coloro che erano al potere, né gli Stati Maggiori, né chi, prima fascista e poi antifascista avrebbe potuto chiamarsi fuori da compiacenze varie se non quei pochi e chiari intellettuali come Gramsci che hanno pagato due volte il prezzo della loro onestà: con il regime e con il proprio partito. Persone che, come Gramsci di certo, non avrebbero pensato di potersi affrancare cambiando casacca e colore nel tempo per assumere le vesti da censore dopo il 1945 come pentiti fascisti, poi comunisti, magari anche quali indiscussi leader di partito. Per l’Italia tutto fu un dramma. Vite spezzate da una resa dei conti dopo l’8 settembre 1943 che oltre a combattere l’occupante si rivolse a lavare onte, o scontando affronti personali, sulla pelle del fratello sbagliato, sommando tra italiani crimini su crimini come se ci fossero alla fine morti di serie A e morti di serie B. Italiani di serie A e italiani di serie B.
Ebbene, io credo che la riflessione oggi vada spostata, urgentemente, visto i tempi che viviamo e sui quali non mi soffermo, leggermente in avanti per due motivi. Il primo, per non far perdere di significato al 25 aprile costringendolo a doversi rianimare volta per volta, ormai trasportato su un carro trainato da pochi cultori e che attraversa sguardi che sempre più si diraderanno nel volgersi verso il ricordo. Il secondo, per attribuire uno scopo che vada al di là di una vittoria o di una sconfitta. D’altra parte, e er quanto ci riguarda, abbiamo vissuto una continua, lunga, Guerra Fredda civile che non ha risparmiato vittime del pensiero e anche vittime nelle strade. Ma per superare questo, dovremmo avere, però, nuove consapevolezze e, tra queste, una in particolare. Che una guerra civile rappresenta la peggiore sconfitta per una nazione. Un macigno che pesa nel tempo, che trascina con sé dolori, drammi, vite e poco importa alla fine la parte per cui si combatteva, per cui si moriva o perché ci si macchiava di crimini se tali sacrifici non si accompagnano, nel tempo presente, ad una sincera, onesta e franca consapevolezza di essere tornati tutti a vivere sotto uno stesso tetto. In questo l’Italia è cresciuta nel ricordo di una lotta per la libertà, per affrancarsi - giustamente - dalla morsa di un totalitarismo giunto all’epilogo della sua vanità storica, per riscattare un onore perso compiacendo un alleato innaturale per cultura, tradizione e per obiettivi se si vuole. Ma l’Italia è cresciuta con difficoltà. Essa non ha raggiunto la sua piena maturità perché non ha avuto il coraggio di processare la sua stessa storia. Essa è stata rinchiusa dentro una dimensione da guerra civile permanente, il cui epilogo negli anni Settanta portò molti giovani a scontrarsi nella piazze, a morire per ideali di libertà più o meno colorati, mentre i leader politici osservavano dalle comode poltrone parlamentari i vari fronti alzare barricate e lasciare sui selciati delle grandi città, e non solo, sangue e speranze di un’Italia sprofondata nel clima più tenebroso della strategia della tensione.
L’assenza di un processo alla storia, il non aver messo davanti la necessità di riappacificare un Paese diviso tra anticomunismo e antifascismo, ha impedito la maturità di un sentimento nazionale che ponesse la libertà sull’altare di un valore comune che non può avere colore politico. È indubbio, come scrisse Pansa uomo di un’intellettualità pentita di sinistra, che senza il Partito Comunista non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana per numeri e per capacità organizzativa soprattutto. Ed è indubbio che la Resistenza senza di esso si sarebbe rivelata un'impresa modesta. Ma è altrettanto vero che sarebbe stata modesta comunque senza i partigiani bianchi e i militari che furono determinanti per dare alla Resistenza un valore comune, democratico, avulso da monopoli ideologici che purtroppo avrebbero ben presto preteso di orientare la vittoria verso una nuova guerra rivoluzionaria, per conquistare il potere e non per far crescere l’Italia nella sua totalità e diversità. L’Italia sarebbe finita, ancora una volta, dentro una guerra, questa volta ideologica, che nelle sue forme non mutava la pelle di ciò che Chirac, figlio di una Francia la cui rinnovata grandeur deve molto al sacrificio dei maquis di sinistra quanto alle forze di France Libre di De Gaulle unite tutte su un fronte comune, lapidariamente affermò: la guerra, qualunque forma essa assume, è illegittima e averla vinta non la rende legittima.
Ragioni geopolitiche vissute quale teatro da Guerra Fredda a parte, nella lotta per il potere ogni narrativa fu piegata, riscritta se non riorganizzata nei fatti e nelle giustificazioni, funzionale più ad un interesse di un solo partito che non della nazione intera. Vissuti tutti noi nell’ambiguità tra il mondo dei giusti e dei meno giusti, anche i crimini commessi hanno avuto pesi e colori diversi, vittime degne di ricordo e rimozioni storiche senza dignità di memoria e per molto tempo. La Resistenza non fu più quella di Ferruccio Parri, decorato nella Grande Guerra, sicuramente un patriota assolutamente e apertamente antifascista e avulso da qualunque tentazione neoautoritaria di matrice stalinista, e neanche di quell’Umberto Zanotti Bianco, liberale, europeista che con tanto orgoglio combatté anche lui nella guerra dell’ultimo risorgimento del 1915-18 e che sfilò con il CLN, ma le cui idee sarebbero ben presto state travolte da altri colori dominanti. Ma oggi non si può dimenticare l’esistenza di un patrimonio comune. Ecco allora, che per l’Italia che viviamo, le sue fragilità, le sue insicurezze politiche possono essere superate solo da una nuova resa dei conti e, possibilmente, definitiva mettendo la storia sul banco degli imputati. Una storia che vuole essere chiamata a rispondere con pari dignità di letture davanti ad un tribunale di un popolo che metta da parte colori ormai stinti, un’Italia che chiede gli sia riconosciuto il diritto di rinascere e non di tornare a dividersi in classi, piazze o spezzare cuori rossi e cuori neri o nell’incutere ad essa paure da ritorno, ricercando consensi non più depredabili. La fragilità nata dall’ambiguità, ha alimentato il peggio delle tenebre di un Paese lasciandolo diviso ancora oggi. E a nulla è valso il ricorso ad un brodo di coltura democristiano - quasi a porsi come sintesi tra visioni cattolico-conservatrici con un progressismo velleitario - cui il berlusconismo ha tentato maldestramente di imitarne le strategie senza avere, però, pari qualità politiche, mentre a sinistra si è consumata la totale e definitiva rinuncia a lasciare il campo ad una prospettiva socialdemocratica vera, occidentale con il risultato, per entrambi, di aver aperto le porte ad un esperimento di autocrazia populistica.
Ecco, allora, che se questo è, se vogliamo restituire significato ad una Costituzione oggi ferita, e che rimane l’unico prodotto condiviso che nasce e dovrebbe archiviare ogni pretesa di verità unilaterale, allora la prospettiva del Paese e della sua storia deve mutare. Mutare per non cancellare il ricordo, ma per dare al ricordo, alla memoria un valore comune. Perché è stato un sacrificio comune ad aver liberato il Paese da un occupante criminale, e perché non si possono giustificare crimini commessi da italiani contro altri italiani solo in virtù di un colore di una fascia o di un’idea, o dall’essere convinti di essere stati dalla parte giusta. Ed è per questo, se si vuole che le piazze un domani ritornino a esser gremite di un tricolore che riassuma in sé tutti i cuori di un’idea di nazione, allora dovremmo liberarci da monopoli storici come da facili revisionismi. Liberarci da ogni paura e guardando chi ci sta accanto con un sorriso di condivisione. Dovremmo essere liberi da ogni ricatto populista o sovranista o ostaggio di pericolose lusinghe globaliste da svendita sold out. Perché se la libertà riconquistata è la libertà per tutti, se essa è il frutto di un dramma civile, allora essa non può essere che celebrata all’interno di una più giusta e più coerente nuova narrativa: quella di una nuova Festa della Liberazione e della Riconciliazione Nazionale.

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