Italia atlantica: difesa e indifesa

Italia atlantica: difesa e indifesaLev Trotsky, da Comandante dell’Armata Rossa nel periodo rivoluzionario ricordava che si può non essere interessati alla guerra, ma la guerra è interessata a noi. Così come, un secolo prima, un immortale von Clausewitz, ricordava che […] Nel corso dell'azione le circostanze trascinano il più delle volte la decisione e nessuna situazione ritorna una seconda volta. […].
In entrambe le affermazioni si racchiude quel sentimento se non la consapevolezza che la guerra è di per sé un fatto umano, governabile forse, ma in concreto essa è il risultato dell’incomprensione e il teatro in cui si consumano le ambiguità e le superficialità di chi non ha chiaro in che cosa si esprime un proprio interesse e di come e in che modo, magari se fosse chiaro prima di combattere, difenderlo. Certo, si potrebbe dire che nel fronte della Guerra ormai declinata nel mondo democratico come Difesa e Sicurezza, o definita in operazioni che se non la violentano, la pace, essa poi viene ricostruita da attori che scelgono di giocare come possono e con le carte e le possibilità che possono esprimere.
 
Di certo siamo di fronte ad una nuova prospettiva di crisi che apre all’Europa una delle due porte del tempio di Giano dove, ancora una volta, sembrano ammassarsi i cultori della Difesa, ovvero della guerra, rappresentati da quel mondo ormai autodefinitosi democratico occidentale pronto, come in fondo prevedibile, a sacrificare un popolo, quello curdo, pur di ottenere il risultato di allargare ancora una volta il democratico fronte atlantico, facendo sì che le ambizioni di Erdogan - autocrate atlantico di fatto e cultore di un ricordo da califfato non rimosso - si concretizzino nel rappresentare un leader a metà strada tra il limite della Nato di ieri e la volontà di definirsi questa volta come alleanza non più regionale ma con orizzonti globali di ingaggio. Ovvero, andando ben oltre ogni legittimazione giuridica a norma di trattato vigente e allungando le possibilità di impiego superando gli interessi degli stessi partner di ieri.
 
Insomma, con questi presupposti, è evidente -a crisi data russo-ucraina e nonostante gli sforzi e i proclami di aiuti e di sostegno militare agli sforzi di Kiev, fermo restando la condanna dell’invasione da parte della Russia di uno stato sovrano- che forse due conti dovremmo farceli. E non solo perché, al netto dell’art.11 della Costituzione italiana e della sua disapplicazione, approvato all’unanimità il documento di Madrid del 28 e 29 giugno 2022, ci si troverà di fronte ad una “nuova” Nato concettualmente ridefinita. Ma perché aumenteranno le possibilità di proiezione ben al di là di quel teatro Mediterraneo nel quale il ruolo dell’Italia sarebbe solo di favorire ogni possibile azione o capacità altrui senza esprimere alcuna leadership. E, allora, proprio per questo due conti si possono fare considerando cifre e capacità rese pubbliche e, quindi, pubblicamente interpretabili in termini predittivi. Guardando alla capacità militare, si potrebbe dire che la disponibilità di un modello efficiente, integrato, che esprima al miglior livello possibile le caratteristiche qualitative dell’interoperabilità delle componenti e la rapidità della riposta è una pre-condizione per assicurare nel tempo un deterrente credibile alle minacce alla sicurezza del Paese che si presentano in una veste nuova, multidimensionali e parcellizzate. Così come, garantire una capacità di proiezione avanzata richiederebbe non solo un’alta mobilità, ma un sostegno aderente e costante nel tempo delle forze considerando che più si allungano le linee di alimentazione più si rischia l’isolamento, e l’annientamento in caso di conflitto esteso.
 
È anche evidente che la capacità militare si gioca non solo nelle disponibilità dei sistemi d’arma, ma nella possibilità di manovrare, ovvero di assicurare man mano il migliore impiego della forza al netto delle possibilità logistiche e di rimpiazzo negli spostamenti e nella condotta. Aspetti, questi, che oggi vedrebbero o richiederebbero una visione realmente congiunta delle tre Forze Armate. Una vision interforze onesta e sincera sull’acquisizione di sistemi d’arma, su una rivisitazione organica dei reparti, su una verifica ordinamentale e su una formazione interarma che non devono sovrapporsi, ma integrarsi in un modello di impiego che dell’interdipendenza e interoperabilità - non solo in ambito Nato ma al livello nazionale - permetterebbe, procedure semplificate e condivise di impiego delle forze e, nell’efficientarne il procurement, migliori acquisizioni di sistemi d’arma e impiego delle risorse economico-finanziarie.
 
Tuttavia, al di là delle migliori intenzioni contenute negli intonsi “Libri Bianchi” che periodicamente rappresentano i libri dei sogni, è fuori discussione che ad oggi le Forze Armate italiane si siano adagiate, modificandone anche gli assetti organico-ordinativi, in un modello subalterno di difesa, definito secondo le esigenze NATO, e di minima capacità, correlata alle missioni cosiddette PSO (Peace Support Operations et similia). Ovvero, riponendo sotto l’ombrello atlantico le possibilità di ingaggio in termini complessivi, e riconvertendone i reparti in una versione finalizzata a condurre operazioni di peace-keeping piuttosto che mantenere capacità combat che prevedono un giusto mix tra reparti, sistemi d’arma, da campagna piuttosto che solo, se non esclusivamente, fanterie a vario titolo meccanizzate. D’altra parte, il prevalere e l’adeguamento degli asset dell’Esercito per condurre operazioni di peace-keeping ha non solo ridotto le capacità campali, ma ha ridimensionato il sostegno logistico riconvertendolo e interpretandolo solo in virtù di missioni limitate nell’impiego di mezzi e sistemi da campagna, riducendo l’autonomia logistica decidendo di avvalersi di soluzioni e vettori in outsourcing. Le stesse missioni di peace-keeping, e altre formule simili, hanno anche lasciato aperti dei problemi di non poco conto.
 
Ad esempio il problema della spesa. Prendiamo le missioni all’estero. Non si è trattato solo di costi del mantenimento del personale, ma anche di costi nella gestione dei mezzi e dei sistemi d’arma. Il primo problema è stato il rientro in Patria delle nostre missioni. Operazioni che han dovuto fare i conti con l'usura dei mezzi e/o dei sistemi d’arma impiegati per decenni in diversi scenari. I mezzi, quanto i sistemi d’arma, in particolare, hanno una vita operativa che si riduce in ragione dell'uso e dell'ambiente di impiego. Ciò significa che si son dovuti fare i conti sul “valore” dei sistemi d’arma e dei mezzi, sulla possibilità che potessero avere ancora una capacità d’uso o di impiego. Tutto questo, per verificarne la convenienza al rimpatrio, la loro eventuale riparazione o adeguamento se non valutare, avendone le risorse, il ri-acquisto dato che il solo "rientro" avrebbe avuto dei costi per ogni singolo sistema d’arma o mezzo impiegato “fuori-area”.
 
Una scelta che non ha visto rimpiazzi/sostituzioni nel breve periodo e che, in un momento nel quale la crisi russo-ucraina si pone come transizione tra modalità tradizionali del conflitto e condotte ibride, l’aspetto qualitativo, oltre che qualitativo ma, in particolar modo, la sostenibilità nel tempo di condurre e dare senso ad uno sforzo rappresentano le condizioni cui rispondere per essere consapevoli di poter condurre un’operazione militare; in ambito atlantico, o meno poco importa. La realtà dell’Esercito, ad informazioni date, è che vi è una prevalenza di reparti meccanizzati, non necessariamente corazzati, che si avvalgono di catene logistiche che non hanno piena autonomia, con volumi di forza che si attestano su poco meno di 100.000 uomini impiegabili, mentre la capacità di interdizione e controinterdizione è affidata ad una Brigata paracadutisti e ad un reggimento RAO.
 
Le capacità corazzate, come elemento di manovra su ampi spazi è affidata a poco più di 125 carri Ariete dei quali, al netto di fermi in riparazione o comunque per altri motivi, di fatto solo poco più della metà sarebbe schierabile con tempi condizionati alle possibilità di trasferimento dettate, se per ferrovia, dal numero di pianali disponibili per il tipo di mezzo da trasportare e in base alle distanze, con l’ovvia impossibilità di essere poi rischierati nuovamente e in tempi brevi. Stesso dicasi per le unità corazzate ruotate. D’altra parte, si è investito tutto su reparti di fanteria leggera e blindati leggeri. La capacità controaerea è data da un solo reggimento con missili terra aria di medio raggio della versione SAMP/T con capacità di avanguardia nel contrasto delle minacce aeree e dei missili balistici tattici a corto raggio. Circa i sistemi d’arma di saturazione e di fuoco di supporto l’Italia schiererebbe un solo reggimento Mlrs e 3 reggimenti di artiglieria su semoventi PzH 2000 (In totale 68 pezzi acquistati, di cui 54 in servizio e 14 posti in riserva per 3 reggimenti d'artiglieria con 18 unità a testa.).
 
Questo per l’Esercito, al netto delle componenti specializzate e/o di supporto del fuoco a livello Brigata. Insomma, tutto è commisurato ad oggi all’era delle PSO e non certo per un esercito da campagna. Ciò vale per le scorte, le capacità logistiche e operative, per la sanità campale, e per gli stessi concetti dottrinali sui quali si dimensiona sia l’impiego delle forze che le dotazioni. Per quanto riguarda l’Aeronautica militare, solo a fare i conti al personale, si troverebbe di fronte al fatto che poco meno di un terzo è navigante per un numero di aeromobili, tutti compresi, che non supera i 500 velivoli, sia aerei che elicotteri. Al netto degli Eurofighter EF-2000 Typhoon per un totale di 85, l’Italia schiererebbe 64 Panavia A-200 Tornado sopravvissuti ai 99 dell’ordine iniziale, e 36 AMX International A-11 Ghibli (di limitata capacità tattica). ricondizionati e ancora in linea di volo oltre ai 16 F35 A e 2 F35 B come caccia acquisiti più che per sostituire i Tornado, quanto per la certificazione all’impiego di bombe nucleari tattiche del tipo B61, il cui trasporto ed impiego ha richiesto non solo processi di formazione dei piloti, ma l’adozione proprio degli stessi Lockheed Martin F-35 Lightning II, o Joint Strike Fighter-F35 le cui capacità multiruolo attribuiscono una versatilità di impiego decisiva per tali specifiche missioni. Non abbiamo capacità di trasporto strategico autonomo se non tattico-strategico, con dodici C-27 J e ventuno C-130 versioni a turboelica che non hanno impedito il ricorso per trasporto a lunga distanza a vettori in outsourcing.
 
Se immaginassimo una portaerei americana della classe Nimitz alla fonda a Civitavecchia scopriremmo che la sua capacità di controllo dello spazio aereo con i sistemi di scoperta di bordo integrati con sistemi satellitari, i velivoli, in genere tra gli 80 e i 100 utili per diverse missioni da Combat a Ricognitive (SR) e/o SAR e la capacità di fuoco, di risposta e difesa, con i sistemi missilistici di bordo sarebbe di molto superiore a quella offerta dall’intera forza armata aerea. Se poi dovessimo considerare anche l'equipaggio di tale classe di portaerei dell'USS-Navy, piloti compresi, in media sarebbe di 5000 uomini. Un complesso di sistemi d’arma e di capacità militari a pieno spettro con capacità operative di comando, coordinamento, controllo (con tempi ridottissimi di attivazione e di allarme) e di scoperta per la possibile difesa dello spazio aereo italiano, se non superiori, almeno pari all'intera Forza Armata Aerea.
 
Una Forza Armata che, pur schierando circa 500 velivoli, ha un organico di circa 40.000 uomini con poco meno di un terzo naviganti; il resto non impiegati in linea di volo e con una serie di livelli gerarchici non strettamente correlati ad incarichi operativi. Certo, le funzioni di supporto, da non intendersi quelle amministrative, sono importanti. Tuttavia, in un quadro di rapidità e qualità dell’impiego ci si dovrebbe mettere d’accordo, anche in questo ambito, su quale sia oggi il core business della Forza Armata Aerea. Se essa non debba rispondere riconsiderando, vista la mutevolezza dello spettro strategico di impiego - che richiede tempestività nel controllo dello spazio aereo missioni di sorveglianza e supporto aerotattico alle operazioni, oltre che assicurare il trasporto strategico, anche la ridislocazione dei reparti volo e di rideterminare le necessità logistiche.
 
Vediamo la Marina. Essa esprime prevalentemente capacità tattiche e non ha possibilità di esprimere capacità strategiche, La risposta, viene sempre dall’esame dell’impiego possibile e, anche in questo caso, il Mediterraneo dovrebbe rappresentare l’ambiente operativo di riferimento e lo scenario dove non solo si muovono le linee di supporto strategico della nazione – in termini economici – ma anche la regione dove la sicurezza dell’Italia si gioca in un Fronte Sud che si caratterizza per un’instabilità endemica e che tale sarà nel futuro. Cercare di favorire programmi simili alle collaudate LCS (Littoral Combat Ship) americane peraltro ormai attribuite a Fincantieri nella classe “Freedom”, ad esempio, potrebbe assicurare un mutamento del potere marittimo coerente per l’Italia pur dotandosi di navi di diverso tonnellaggio rispetto alle classi tradizionali essendo queste, le LCS, più veloci, interoperabili, versatili e adatte alle esigenze di un Paese che ha il suo teatro operativo in un mare "chiuso" come il Mediterraneo e un andamento costiero significativo. Spostare l’attenzione sulle LCS potrebbe seguire in parallelo, se non superare per concezione pur essendo di classe diversa, lo stesso avviato programma FREMM (Fregate europee multi-missione) in una logica di diversificazione delle possibilità di impiego.
 
Oppure, per le funzioni più specificamente combat, ci si potrebbe ispirare a quelli che erano i programmi Burke della USS - Navy (DDG-51); cioè disporre di un certo numero di cacciatorpediniere (classe Destroyer) che esprimono capacità di attacco e di difesa concentrati in sistemi d’arma missilistici che coprono adeguati spazi di interdizione. Navi, queste, veloci, caratterizzate da tecnologia “stealth”. Non solo. Cercando di mettere fine alla sterile competizione tra Forze Armate, la Forza aerea della Marina, con buona pace dell’Aeronautica Militare, dovrebbe diventare fondamentale per l’Italia a patto che si decida di supportarla con velivoli adeguati all’impiego, come gli F-35 in versione VTOL (Vertical Take-Off and Landing), purché dotati di sistemi integrati per inserirsi in operazioni con le altre FFAA in un quadro di reale gestione congiunta di missioni, complesse o meno che siano. In questo ambito, la Marina schiera solo 14 Harrier e 4 F35. Le batterie missili imbarcate hanno solo funzione antinave. Sembrerebbe che la Marina avrebbe intenzione di acquisire missili “Cruise” (ormai in dismissione nelle forze USA) ma al momento non li ha.
 
Per fare tutto questo, sarebbe necessario prevedere una capacità di sostegno logistico in caso di impiego interforze che risponda ad un’unica dottrina. Ferma restando la riorganizzazione del COI (Comando Operativo Interforze) in COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze), ovvero di comando di Vertice - come se non fosse al vertice prima - probabilmente tale livello di comando a supporto delle funzioni di Stato Maggiore Difesa dovrebbe assumersi la responsabilità di pianificazione, organizzazione e condotta quale garante delle capacità espresse sul terreno dalle forze impiegate, assicurando un costante sostegno logistico non solo di aderenza (tattico), ma anche strategico nel caso ciò fosse richiesto dalla natura e dai tempi di un’operazione. Cioè, andando oltre il fornire contributi concettuali ma elaborandone dei propri, collocando al centro l’interesse della nazione in termini di sicurezza e difesa, prim’ancora che soddisfare richieste di altri livelli.
 
Tutto questo, non solo perché il limite operativo delle Forze Armate, al di là delle missioni di PSO, oggi si si rappresenta da sé. Ma perché l’aver accettato senza colpo ferire le previsioni comprese nelle poche pagine del Vertice Nato di Madrid nel quale si è riformulato un Nuovo Concetto Strategico, si chiede all’Italia di fornire nel medio periodo una forza non inferire a 10.000 uomini per soddisfare i “criteri Stoltenberg” nel creare una Forza di Reazione Rapida di 300.000 (si, trecentomila) uomini prontamente schierabili nel fronte Est (e il Sud a chi lo lasciamo?). Cosa che, al netto delle reali capacità di impiego e di sostegno, determinerebbe la scelta dell’Italia tra il  disimpegnarsi decisamente nel Mediterraneo o assumerne, forse, una consapevolezza più interforze e nazionale della difesa dei propri interessi economici e non solo a Sud, magari non limitandosi ad una più spendibile policy del peace-keeping o delle operazioni da counterinsurgency ma ridisegnando le proprie capacità operative in funzione di una possibile condotta di operazioni di campagna, ovvero di puro combattimento, per sostenere questa volta conflitti ad alta intensità. Conflitti che, in termini di spesa militare, di nuovi e più complessi sistemi d’arma costeranno molto anche in termini di perdite. Ma chi dirà tutto ciò agli italiani?

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