La corsa al Quirinale è diventata l’ultima frontiera della politica nazionale. Non solo perché essa completa il quadro istituzionale con la definizione delle più alte cariche del Paese. Ma perché rappresenta il completamento di aspettative di ruolo che leader ancorati alla politica di ieri aspettavano da tempo coronando il sogno di raggiungere l’epilogo della loro carriera politica. Tutti tranne uno: Massimo D’Alema. Il gioco a rimpiattino, non nuovo alla tradizione italiana, si manifesta ancora oggi. Ma il vero significato sul D’Alema si o D’Alema no non è altro che la scelta se lasciare fuori dalle divisioni delle poltrone l’ultimo leader della generazione di ieri.Oggi non si tratta di ideologizzare questa o quell’altra carica dello Stato. Si tratta di comprendere che il Paese è giunto al giro di boa. Al completamento, seppur in ritardo, di un ciclo storico nel quale i leader di ieri, e presidenti oggi, si sono aggrappati. Oggi si tratta di scegliere se chiudere il cerchio accontentando anche Massimo D’Alema, politico di professione, da sempre, a fine carriera attribuendogli come premio la Presidenza della Repubblica. Oppurese iniziare da questa Alta Istituzione una fase nuova del Paese affinché tale carica non sia merce di scambio per distribuzione di poltrone, ma un vertice di responsabilità condivisa e di coscienza pubblica.
Una carica non maturata come premio per il servizio reso ad un partito e per questo considerata alla stessa stregua di una qualsiasi altra carriera, pubblica o privata che sia.