L’Italia, la politica, il lato oscuro della forza e l’anno che verrà!

L’Italia, la politica, il lato oscuro della forza e l’anno che verrà!
   Ci sarebbero molte cose da dire e, forse, anche altrettante da spiegare se si volesse offrire un quadro abbastanza esaustivo e coerente del come e del dove l’Italia sia precipitata in questo anno che si approssima a lasciarci, orfani di una felicità pur nei limiti del tempo, mai compiuta. Dagli andirivieni governativi del passato alla tempesta quasi perfetta scatenatasi da tangentopoli in poi sino alla crisi della magistratura -entrambe epiloghi di una nazione da sempre a sovranità limitata, per motivi internazionali ma, anche, per una lotta per il potere tra istituzioni condotta in barba al principio della separazione dei poteri- l’Italia ha visto consumarsi una visione della politica di parte, partigiana in senso fazioso.
 
   Una politica fatta di personalismi che si sono man mano giocati sul futuro degli italiani. Personalismi che hanno illuso a sinistra il lavoro e i lavoratori, e a destra mistificato un sentimento di identità che ha visto succedersi, celebrando un non comune opportunismo di colore, alleanze innaturali tra secessionismi e patriottismi da mercato conditi in salsa pseudo-liberale: la somma, insomma, di tutte le contraddizioni di un conservatorismo che ha negato sé stesso e che, se oggi fosse al governo, non sarebbe stato molto diverso negli approcci da coloro che ne tengono le redini.
 

   In questi anni poco ruggenti del nuovo secolo -ma decisamente significativi nel dimostrare come e in che termini vi siano ancora pochi anticorpi verso la difesa di libertà costituzionali e di rispetto del processo democratico di condivisione del futuro di una nazione- l’Italia spera che il nuovo orizzonte che gli si aprirà a giorni possa veder nascere una nuova alba di speranza. Un desiderio comprensibile e naturale. Una volontà di cambiare ogni volta che si intenderebbe voltare pagina salvo, purtroppo, dover poi constatare che un passato mai onestamente metabolizzato tornerà a richiedere il conto, quasi si trattasse di dover pagare l’ignavia del tempo che fu in una sorta di nemesi progressiva del nostro disimpegno o della nostra comoda tolleranza.

 
   L’Italia, infatti, permettendo la destrutturazione di un modello incompleto di nazione per assenza di identità, piuttosto che non per solidità e etica delle istituzioni, ha creduto di doversi affidare alla fine a masanielli digitali, svendendo l’anima al demagogico disegno di un potere al popolo finito, al contrario, nelle mani di una nuova casta di avventurieri dell’uno vale uno pro domo loro. Avventurieri con gioco facile, che ringraziano l’egoismo di chi, non guardando negli anni oltre il limite del proprio orto, politico e personale, ne ha aperto le porte permettendo la conquista di quei palazzi negati alla sovranità, e al controllo, dell’elettore.
   Giocatori, di ieri e di oggi, di un poker già scritto ai danni della storia della nazione e messo sul tavolo nel momento più delicato di un Paese costretto a dover affrontare un’emergenza, poco importa se sanitaria o di altro tipo. Un’emergenza, nella quale la serenità è stata l’ultima preoccupazione, mentre l’angoscia si è ben definita come fattore fondamentale di una strategia comunicativa di conservazione del potere permettendo la costruzione, giorno dopo giorno, di una narrazione della tragedia incombente.
 
   Una narrazione, questa, che ha modificato non solo le abitudini di ogni italiano, ma la stessa grammatica esistenziale sulla quale la vita si è costruita nel tempo con sacrificio da parte di quei cittadini che quotidianamente fanno ciò che devono, per il Paese, per le loro famiglie. Ostaggi, gli italiani -e non importa se consapevoli o se vittime di una tutta latina sindrome di Stoccolma da manuale- di scelte politiche e di veri e propri diktat sanitari al limite della tolleranza, delle ragioni della scienza che hanno messo in secondo piano il rispetto della salute psico-fisica, oltre che la difesa di diritti costituzionalmente incomprimibili, di un popolo già provato da formule comportamentali suggerite con fare compulsivo da un’informazione degna, se non fosse tragico, di una parodia alanfordiana.
 
   In tutto questo, sembra che abbia prevalso quel lato oscuro nel quale si consumano le contraddizioni di chi sceglie il potere per il potere e non per servizio con la utile, se non quasi provvidenziale, minaccia pandemica. Una minaccia che vale più di una guerra per il potenziale alone di sofferenza che incomberebbe su ogni individuo. Su questo anno che si chiude, insomma, non ci sarebbe nulla da dire se non l’aver osservato quanto e come la politica si sia privatizzata, abdicando all’equilibrio, alla condivisione, all’unità di un Paese ormai frammentato, nelle istituzioni e nelle coscienze.
 
   Un Paese, l’Italia, che vede una sinistra -adeguatasi alle intemperanze dei buoni stellati fautori dell’autocrazia del web e del vuoto- non avere più nulla di sinistra, ripiegatasi su se stessa per difendere logiche di mero potere cedendo alle stesse lusinghe di coloro che diceva di voler combattere. Una sinistra che si è dimostrata solo convenientemente populista, che usa toni e termini che ad altri in passato non avrebbe mai permesso, sostenendo scelte al limite di una democrazia governata, quindi poco reale, con le quali si è messa all’angolo quella Costituzione di cui si è sempre detta (velleitariamente) di esserne l’unica madre.
 
   Una deriva che nel paradosso della storia ha, quale aberrazione dei giochi politici italiani, avvicinato sinistra e grillismo all’esperienza di una destra di stampo sudamericano. Un’alleanza così innaturale che anche un Allende, se potesse, scomunicherebbe gli antimperialisti di ieri, oggi messaggeri dell’imperialismo globale della finanza o strumento di politiche neoliberiste che maturano ovunque, in Europa o nel sempre meno Estremo Oriente. Un imperialismo che non ha nulla a che fare con quello del passato, combattuto da popoli e nazioni artefici del loro destino, ma ridefinitosi e approdato sulle piattaforme populiste. Piattaforme dedicate, pur ignorandone il pensiero, ad un ignaro Rousseau, resuscitato solo per utile luogo comune, per trarre in inganno anche coloro che nelle pagine di una pseudorivoluzione senza anima hanno cercato di far loro, per emulazione, quel metodo giustizialista tipico da Direttorio di un Robespierre la cui testa sarebbe stata chiesta dalla sua stessa creatura.
 
   Questo perché, alla fine, la storia presenta sempre un conto dell’ultima ora e non vi sono culti di personalità, isole di immunità o lati oscuri che non potranno essere squarciati, prima o poi, da una nuova luce. Una luce che più si farà penetrante nel buio e maggiore sarà l’effetto accecante per chi è stato il prodotto delle tenebre e che illuminerà, al contrario, chi delle tenebre vorrà finalmente liberarsene.

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