Legalità, e non solo, a doppio standard

Legalità, e non solo, a doppio standardNel romanzo Heretics (Eretici) scritto da un istrionico Gilbert Keith Chesterton nel 1905 l’autore, noto ai più per essere approdato in Europa con l’arragiamento televisivo in I racconti di padre Brown, circa il significato di essere ortodosso, ovvero seguace di un dogmatismo di cui se ne accettano i paradigmi per ciò che sono, sottolineava quanto
[…] nulla rivela più sorprendentemente l'enorme e silenzioso male della società moderna dell'insolito uso che si fa oggigiorno della parola "ortodosso". Un tempo l'eretico era fiero di non essere tale. Eretici erano i regni del mondo, la polizia e i giudici. Lui era ortodosso. Non si compiaceva di essersi ribellato a loro; erano stati loro a ribellarsi a lui. Gli eserciti con la loro spietata sicurezza, i sovrani con i loro volti impassibili, i decorosi processi di Stato, i giusti processi legali: si erano tutti smarriti come pecorelle. L'eretico era fiero di essere ortodosso, fiero di essere nel giusto […].
 
Una frase che ha una sua attualità dal momento che viviamo in un’epoca fatta di saggi e giusti, di eretici e complottisti, di sacerdoti del pensiero unico, dogmatici per finzione e con seguaci per funzione, o funzionali meglio, ai mantra che ogni giorno snocciolano al nostro posto verità inconfutabili, certificate dall’unilaterale narrattiva dei fatti che i media accordano al potente di turno o al potere del momento. Insomma, poco importa che ancora oggi nulla si sa di come e in che misura sia esistito un Affaire Palamara (o Palamaragate), o che si cerchi di svelare quella nuova e nebulosa cortina che vuole un loggiato estendersi al termine ungherese senza avere, ovviamente, nulla di magiaro, se non riferirsi ad una ben nota omonima piazza romana nel cuore dei Parioli.
 
E poco importa se, finita l’emergenza pandemica, si riscoprono al Nord i soliti calabresi, pronti a riciclare anche investendo adesso in prodotti tipici (si intendono per tali salumi, formaggi e derivati di cui sembra essere l’unica attività di promozione che renda). I sempiterni calabresi; ovvero gli onnipresenti nelle frange del crimine postCovid che non hanno rivali, sembra, tra mafie di colori e varie provenienze, che vedono voli di elicotteri e spostamenti di uomini che sembrano, come da tempo ormai, nostalgiche e costose rappresentazioni di scene di un intramontabile Francis Ford Coppola. Risorse impegnate in un’apocalisse italiana che reitera se stessa da anni in spettacolari operazioni dagli incerti esiti processuali.
 
E poco importa, ancora, se, non così raro in Calabria, si scrive una cosa in una richiesta di ordinanza di custodia cautelare e poi si legge altro nel rigetto di un Gip, al di là di un giornalista ritenuto, come tanti, non lontano da quelle presunte prossimità che, in Calabria, sembrano ormai essere così strette e pericolose da dover fare del distanziamento sociale una ragione di vita secondo qualcuno, considerato che ormai ogni famiglia calabrese può celebrare l’aver avuto almeno un congiunto, nel tempo, destinatario di qualche avviso: o per garanzia o per comparire sorvolo sugli indagati/arrestati e poi prosciolti a vario titolo.
 
In questo Paese che si chiama Italia e che non vede simili operazioni condotte con la stessa solerzia - per verificare i termini di legittimità attraverso i quali parti di un potere dello Stato hanno esercitato o non esercitato le loro funzioni nel rispetto di quella legge «Uguale per tutti» che impera nelle aule dei Tribunali e delle Corti - ogni sussulto di legalità rischia di perdere di significato. Si narrano operazioni di piazza rivolte a chiudere una Torteria ribelle nel profondo Nord come se fosse un covo di narcotrafficanti o una bisca clandestina e si soprassiede ad ogni necessaria, puntuale e senza sconti verifica sulle carriere, sui provvedimenti e sulle modalità di gestire oltre l’emergenza - con il diniego di diritti tutelati compressi da provvedimenti al limite dell’anticostituzionalità - la giustizia che è esercita, sarà bene non dimenticarlo,
 
«Nel nome del popolo italiano» e non nel nome di chi vi deve provvedere. In questo Paese che confonde l’obiettiva condotta di indagini e operazioni come se si trattasse del lancio mediatico di un prodotto, che vede a distanza di anni sopralluoghi in tute bianche su scene dimenticate e riprese solo perché qualche cold case le riporta alla ribalta, si fa presto a dimenticare ruoli e funzioni e a dividere tra i soliti, e sempre gli stessi magari, cattivi e i soliti buoni per scelta o per potere a cui si perdona tutto, imperdonabile compreso. Quei buoni che non sbagliano mai anche se esercitano la giustizia dove le leggi e la Costituzione non dicono. Forse viviamo in un clima surreale. Può essere! Ma credo che in verità abbia ancora una volta ragione Chesterton quando dice che è facile, a volte, (aggiungo purtroppo) donare il proprio sangue alla patria, e ancor più facile donarle del denaro. (Tuttavia) Talvolta è più difficile (o meno conveniente) donarle la verità.

We use cookies

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.