Come muore, costituzionalmente e non solo, uno Stato di diritto

Come muore, costituzionalmente e non solo, uno stato di diritto
Nel 2018 fu pubblicato un volume scritto da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt dal titolo How Democracies Die, ovvero, Come muoiono le democrazie. Un titolo emblematico, seppur riferito alle esperienze d’oltre Atlantico, non solo per i contenuti, ma perché poneva e pone in crisi un modello, o una categoria politica anche, sulla quale abbiamo costruito la nostra civiltà moderna, la ragione dello Stato quale massima espressione di una comunità organizzata su valori condivisi (costituzionali) e su norme che ad essi si uniformano (ordinamenti giuridici)
Può essere che tutto questo sia colpa di un processo di globalizzazione mal governata e che abbia fatto perdere terreno alla democrazia come modello o che sia il risultato di una volontà neoliberista che rimescola le carte del rapporto tra diritti e affari.
 
Tuttavia, resta fermo il fatto che la democrazia sembra aver perso terreno soprattutto nel difendere la conoscenza e nell’affermare il merito, lasciando spazio a mediocrità che sino a ieri si ritenevano escluse dal grande gioco del potere e oggi incluse nel nuovo dominio di un’informazione che fa dell’incompetenza un paradigma, ritenendo che la velocità del risultato che si vuole ottenere, in qualunque campo, possa andare anche al di là del rispetto di valori e di vincoli di principio (in questo, un ottimo must è rappresentato da Tom Nichols, The Death of Expertise. The Compaign Against Established Knowledge and Why in Matters del 2017, ovvero, La conoscenza e suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia). Ora, senza volermi sostituire a blasonati costituzionalisti o a scienziati dalle dubbie verità, consapevole che non è il rango accademico che qualifica una expertise come inconfutabile perché dettata dalla posizione conquistata, si potrebbe facilmente dire che la ragione di chi dice di volerla usare sia giunta al suo epilogo oscuro.
 
Senza dover sconfinare nel ritenere che l’autoritarismo sanitario dei nostri giorni possa trasformarsi in qualcosa di diverso, inviterei il lettore a soffermarsi su alcuni aspetti che Michel Onfray individua nel suo Théorie de la dictature précédé de Orwell et l’Empire maastrichien del 2019 tradotto in italiano con il laconico Teoria della dittatura. Perché non viviamo in una società libera, collocandoli nelle scelte e nei risultati ottenuti oggi. Certo il riferimento per Onfray è riconducibile ad una reinterpretazione del mondo distopico orwelliano sul panorama politico europeo, e non solo, pre-Covid.
 
Ma, a ben guardare con gli occhi da testimoni partecipi e destinatari delle scelte autocratiche decise in nome di una emergenza, come ve ne sono e ve ne saranno nella storia dell’umanità, sembra singolare non riconoscere alcuni aspetti che si sono presentati e si presentano nella vita di ogni giorno con quelli che Onfray chiama i «sette comandamenti delle dittature». Comandamenti che per il politologo, filosofo di Chambois si riassumono nei seguenti: distruggere la libertà, quindi impedire l’esercizio di incomprimibili diritti fondamentali e poco importa se ciò è giustificato in nome o per conto di cosa; impoverire la lingua, ridefinendone il lessico e rendendo schematica ogni espressione dilatando il campo di manipolazione narrativa di ogni possibile pensiero divergente; abolire la verità, io direi le verità; cancellare la Storia, o, meglio, ridurre le possibilità di memoria o far vivere e celebrare solo ciò che è utile al leader del momento; negare la natura, reinterpretandone i processi a proprio uso e consumo; diffondere l’odio, quindi dividere la popolazione secondo schemi ormai post-ideologici ma efficaci: vax, no vax, complottisti, negazionisti delle verità ecc…; aspirare all’impero, ovvero, al dominio delle menti e dei comportamenti.
 
Ora, credo che, rivolgendo lo sguardo al nostro quotidiano, ormai completamente ostaggio di un’emergenza senza fine, credo che non ci vogliano lauree conseguite chissà dove e a quali costi per guardare all’evidenza dei fatti e farsi un’idea utilizzando strumenti di buon senso, supportati da conoscenze adeguate di istituti giuridici acquisiti in una qualunque facoltà italiana. E credo, altrettanto, che non sfuggirà ai più attenti osservatori che ogni riserva di legge e ogni principio fondamentale sia stato sacrificato sull’altare di un’emergenza che, andando ben oltre i limiti previsti da una legge-strumento, quale quella della Protezione Civile (Decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018 per il quale lo Stato di emergenza è dichiarato funzionalmente, e nei suoi limiti temporali, solo ed unicamente per favorire l’acquisizione di materiali e altro con procedure semplificate) ha di fatto invaso - nel silenzio assordante delle Istituzioni preposte al controllo e alla garanzia - il campo dei diritti costituzionali: libertà di movimento, di pensiero, diritto allo studio, diritto alla salute e alla cura ecc.Diritti, questi, che un qualunque studente del primo anno di Giurisprudenza riconoscerebbe come incomprimibili in senso assoluto. Ovvero, che non possono trovare limitazioni di sorta se non in forza di leggi temporanee e proporzionate a ben precise esigenze, ma mai per stati emergenziali se non lo Stato di guerra. Ma non basta.
 
Invadendo un campo riservato a garantire un principio di legalità fondato su precise regole gerarchiche delle fonti, si è sperimentata una produzione di norme emergenziali contenute in strumenti amministrativi, i cosiddetti DPCM, o in provvedimenti di legge temporanei riconosciuti all’esecutivo che non possono eccedere, anche qui, i limiti di proporzionalità e di coerenza di argomento previsti dalla Costituzione ma andati ben oltre le previsioni dell’art.77 della stessa Carta o di ciò che di essa sembra rimanere in vita.
La lezione appresa in questi lunghi mesi, sorvolando anche la deriva populista e la strumentalizzazione ideologica di un’emergenza similpandemica è che sembra essersi creato - con il non responsabile ricorso a formule normative inidonee e non consentite, tollerate da chi dovrebbe controllare se non costituzionalmente impedire il superamento dei limiti costituzionali - un precedente pericoloso per gli assetti futuri di una democrazia che ha dimostrato tutta la sua fragilità e il suo asservimento a interessi individuali e di partito, e non a quelli della nazione intera.
 
L’idea che con provvedimenti amministrativi, gli ormai famigerati DPCM, o d’urgenza, Decreti Legge, si possa soprassedere a diritti costituzionalmente garantiti e, per questo, incomprimibili, rischia di trasformarsi in una possibilità pericolosa per il futuro di una democrazia ondivaga, dal momento che qualunque nuova maggioranza potrà, in nome di una nuova emergenza, poco importa se sanitaria o meno, invocare lo Stato di emergenza ritenendosi autorizzata ad andare ancora una volta al di là di quanto contrattualmente sottoscritto con il cittadino in termini costituzionali.
 
Insomma, sembra essere veramente paradossale che una simile riflessione, o simili semplici passaggi da diciotto accademico, sfuggano a togati costituzionalisti che dovrebbero ricordare che, proprio per evitare tali rischi, la Costituzione della Repubblica Italiana è definita rigida, ovvero non modificabile o disapplicabile a piacere, e qualora ciò fosse necessario, ciò avverrebbe attraverso procedimenti complessi e sostenuti da qualificate maggioranze. Questo, ritenendo il costituente, che gli assetti costituzionali posti a fondamento della Repubblica non debbano avere carattere ideologico, ma essere il prodotto di un interesse convergente tra cittadini e propri rappresentanti.
Ma si può comprendere che tale sensibilità giuridica richiederebbe doti superiori visto che la realtà che viviamo da anni, ormai, è caratterizzata da un’incapacità della politica di essere all’altezza di operare nel pieno rispetto del dettato costituzionale. Una classe, quella politica, che risolve il suo essere in una lotta per la sopravvivenza di una ristretta cerchia di eletti - per privilegi si intende e non per scelta visti i tecnicismi messi in campo dalle ultime leggi elettorali -  che preferisce, deresponsabilizzandosi, lasciare il campo a formule tecnocratiche di esecutivi che non sono espressione di alcun mandato sovrano, ma utili a far decidere altri senza impegno.
 
Il risultato di tale deriva tecnocratica, per molti aspetti anche priva di “tecnici”, è quello di aver capovolto le ragioni della democrazia e dello Stato di diritto nel momento in cui anche la legge ordinaria, ovvero l’espressione massima della sovranità parlamentare, non è più ritenuta utile, non è necessaria quanto non sembra non essere necessario un processo legislativo relegato a semplice registrazione notarile di quanto già deciso altrove.
Ecco allora, che ciò che vive oggi il Paese non è certo una celebrazione di un trionfo della democrazia compiuta, ma l’esecuzione di un rito da democrazia sospesa nei valori e governata nei fatti secondo una prassi che tende ad aggirare vincoli e riserve, passando sopra diritti e doveri, dei cittadini e dello stesso Stato, e che tende a giocare la carta di consolidare una politica delle autorità, di autoleggittimare se stessa senza porsi alcuno scrupolo costituzionale meno che mai, quindi, parlamentare.
 

Non riconoscere il rischio di tale deriva permettendone che possa trasformarsi in una consuetudine, Pass o non Pass, Green o non Green, significa essere nel prossimo futuro testimoni di altrettanti simili casi considerato che l’esperienza di questi anni legittimerebbe il prescelto di turno a muoversi in emergenza, sospendendo, giustificando pure, diritti fondamentali e rendendo la Costituzione una mera carta di buoni propositi ma senza alcun valore giuridicamente, politicamente e, soprattutto, socialmente fondante. E poco importano i richiami al 25 aprile o gli argomenti da nostalgie sessantottine o gli strali dei difensori di una democrazia che evapora nella calura di questa estate italiana.

Essi saranno solo ricordi di circostanza sui quali montare una narrazione ufficiale che segnerà il corso del nuovo salvifico Uomo del destino. Ricordi, insomma, che non scalfiranno un nuovo esecutivo tecnocratico il quale potrà disporre, se riterrà necessario, di argomenti grazie ai quali replicare e giustificare, se ritenuto utile farlo, le scelte del prossimo presente su passate e non impedite esperienze, decidendo quale colore e come chiamare il prossimo salvacondotto.

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