Si vis pacem, arma vende

I conti con la storia e l’eterogenesi dei fini
Si vis pacem, arma vende. I conti con la storia e l’eterogenesi dei fini
 
In una conferenza stampa, così come rilanciato più o meno ovunque nell’impietosità dei device che portano le notizie anche al di fuori delle intenzioni dei loro stessi creatori, il premier sembra aver dichiarato che si possano far giungere in Ucraina nuovi sistemi d’arma anti-droni e altri sistemi elettronici.
 
Ovvero (Repubblica 25 marzo 2022), distribuire nuove armi per Kiev e nello stesso tempo, “Cercare la pace”. Ora, senza aggiungere nulla di quanto normalmente dovrebbe essere patrimonio della cultura giuridica di uno Stato cosiddetto democratico - che si erge a paladino di essere culla del diritto o infante cresciuto in essa, senza dover specificare come e in che misura ci possiamo trovare nella condizione di co-belligeranza ancorché non dichiarata, ma di fatto tale - e senza scrivere fiumi di argomenti sulla totale incapacità di previsione e di negoziato dell’Unione europea nelle varie formule possibili e attraverso puntuali e pretenziose figure carismatiche come alcuni Commissari, vediamo di capirci qualcosa. Si!, perché la memoria degli uomini d’Occidente sembra aver perso il ricordo di molte cose.
 
Ad esempio dell’uso della guerra preventiva. Ovvero, di quella preventive war completamente fuori da un diritto internazionale che prevede al contrario, e per ovvie ragioni, solo la legittima difesa in caso di aggressione concreta e non presunta. Una preventive war, ritenuta legittima da parte degli Stati Uniti in barba ad ogni risoluzione delle Nazioni Unite qualora un pericolo, valutato dalla Nazione stessa, dovesse metterne a repentaglio la sicurezza in qualunque parte del mondo. Ma non solo. Anche il cercare la pace nel mentre si arma al meglio una delle parti in conflitto presenta qualche problema di memoria e di comprensione. Infatti, in questo ultimo caso, si dovrebbe pensare che si tratti di un paradosso dei paradossi, o lo si potrebbe intendere come un esercizio ossimorico. In entrambi i casi, un’assurdità. Insomma, per l’Italia, delle due l'una.
 
O siamo degli irresponsabili e non colleghiamo il pensiero ai fatti e alle conseguenze, o abbiamo capito di aver assunto una posizione non sostenibile nel medio-lungo termine e, nel cercare la pace a posteriori, magari vorremmo “cerchiobottare” la nostra improvvida posizione. Una scelta similpolitica che, come sempre, non mette al centro l’interesse dell’Italia e la verità dei fatti, per quanto questi possano essere imbarazzanti o scomodi per i nostri presunti, interessati, alleati d’oltreoceano. Magari, nei prossimi giorni, restando a vedere “come butta”, potremmo anche aspettarci un cambiamento di rotta della von der Leyen con una possibile exit strategy in cui nessuno vince e nessuno perde e il gioco sarà fatto. Insomma, come direbbe mia mamma nella sua semplicità di donna di casa, contare prima sino a 10 no eh?
 
Peccato che la Francia, ad esempio, lo abbia fatto almeno nel mantenere piede economico all’ombra del Cremlino. Ma si sa, i generali francesi sulla Nato e sui suoi modi di considerare l’alleanza in termini di parità hanno sempre avuto qualche riserva negli anni e, si potrebbe dire, che la grandeur c’est la grandeur. E così, per non farci mancare nulla facciamo ruota ad un solerte Joe Biden che vola al Consiglio europeo mettendo in scena una quasi nemesi storica. Una sorta di Re Giorgio al contrario, che si reca a Philadelphia al Congresso continentale delle sue colonie. Sorvolo sul paragone degli autocrati del passato.
 
Credo che non siano sfuggite al Presidente del Consiglio immagini e simboli nostalgici che imperversano sulla rete e non solo, e di quanto e in che misura tali simboli siano presenti in una ben precisa parte dei combattenti il che significa che il nazismo, piuttosto che il fascismo, nei simboli sembra non essere un semplice ricordo. Ma le ragioni della guerra capovolgono uomini e cose e la pace sembra affidata alla distribuzione di armi, che, nel frattempo, fanno il loro triste mestiere. Sull’autocraticità di alcune esperienze del passato avrei evitato di fare paragoni o di assumere posizioni etiche, in un momento nel quale anche in qualche provincia d’Occidente si sperimenta una democrazia amministrata, forse governata.
 
Una democrazia a senso unico, che si fonda sul “garantire”, come scriveva Herbert Marcuse, una “tolleranza repressiva” come i media hanno dimostrato senza riserve facendo del pluralismo un pericoloso paradigma di libertà che è meglio evitare, disfunzionale alla verità da narrazione eterodiretta. E come ogni disfunzione, il prezzo di una controstoria se non di un contrappasso lo si sta pagando man mano e lo si pagherà in futuro, se non in rubli certo non i dollari, meno che mai in euro, ci resterà lo yen?. Wilhelm Wundt, nella sua formula Heterogonie der Zwecke, dimostrò come il progresso storico non si realizza in virtù di una provvidenza trascendente o di una finalità intenzionale.
 
Senza andare lontano a ricercare dotti testi, basta Wikipedia per apprendere che “le forze della storia sono i motivi psicologici che agiscono nei singoli uomini e nelle comunità umane; e la scienza della storia non è altro che una «psicologia applicata». Ovvero, che per l’eterogenesi dei fini, la storia realizza non sono quelli che gli individui o le comunità si propongono, ma piuttosto la risultante della combinazione, del rapporto e del contrasto delle volontà e delle condizioni oggettive. Condizioni che per quanto manipolate non possono azzerare l’animo umano dal suo risveglio. Il risultato? Che, Putin o non Putin, Zalensky nonostante o Biden ed erede, se non la sempre presente a modo suo von der Layen, ringrazieremo i giornali, i politici europei e i soliti Big Jim a stelle e strisce per aver ottenuto l’effetto contrario.
 
Più cercano di denigrare Putin più ne rafforzano la leadership tra notizie vere o false che siano. Più la stampa italiana rulla i tamburi di guerra contro la Russia, invece dei negoziati, più la maggior parte delle persone inizia a credere, pur condannando l'invasione dell’Ucraina, che la verità non sia così come narrata e che la democrazia non sia una carta da piegare e rivoltare secondo chi ritiene di decantarla come alibi a proprio uso e consumo: gli Stati Uniti. Il paradosso è quello che i denigratori sembrano essere, alla fine, i principali produttori del “putinismo”. I più capaci nel trasformare un autocrate in un leader, magari pronti a correre, se le cose non dovessero andare come stabilito, ai ripari affidandosi al dimenticatoio della storia, che tale non sarà per il resto del mondo. E, tutto questo, mentre qualcuno ritornerà al di là dell’Oceano, dopo averci “provato”, magari dopo aver cancellato qualche imbarazzante presenza, lasciando che le colonie d’Occidente se la sbrighino da sole così come, più sconvenientemente, detto nel 2014 riguardo agli “europei” da una certa diplomatica a stelle e strisce: una certa Nuland.

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