Cinitaly, l’Occidente, Trump e la resa dei conti

Dietro la guerra al virus.
Dietro la guerra al virus.
   Ci sono diversi modi per affrontare un’analisi geopolitica. Si possono ragionevolmente mettere sul tavolo i rapporti di forza o quelli economici. Si può ricorrere ad una visione politica in termini di difesa di valori condivisi sui quali costruire un modello di relazioni cooperative o scegliere un approccio più realista nel quale la competizione diventa, o mantiene, una dimensione centrale. Si possono valutare le risposte alle diverse sfide dell’epoca nella quale le nazioni vivono e valutarne gli interessi, ma una cosa rimane costante: il gioco di potenza che si nasconde dietro ogni mutamento di un ordine che ricolloca ambizioni e idee che mirano a porsi a guida dell’umanità.
La vicenda che ha trascinato il mondo nelle intemperanze di una pandemia dichiarata, a margine di un evento dovuto ad una emergenza epidemiologica diffusa, ha messo in luce non solo le contraddizioni di un sistema, nonostante le intenzioni pluridecennali, ancora poco cooperativo. Essa ha sottolineato quanto e in che misura la competizione, spostatasi sul piano economico, si sia manifestata in un quadro di diffidenza diffusa dove ogni ragione di dialogo, sottesa alle alleanze o ai trattati conclusi, è stata sacrificata nel nome di un interesse nazionale se non personale, dove il miglior attore ha giocato e gioca a massimizzarne il risultato. In questa partita, ciò che è in pericolo è la sicurezza di un mondo, dove la ricchezza sembra spostarsi dagli Stati per privatizzare sé stessa e, con essa, introdurre come nuovi player, nuovi personaggi con capitali superiori al Pil di molti paesi ormai funzionali alla potenza emergente di turno. Ricche fondazioni o Ong con passaporto, ma economicamente apolidi senza patria, il cui credo è cambiare il mondo intervenendo sulle dinamiche economiche con le migliori armi possibili che non sono più quelle militari, ma che possono essere oltre che economiche, quelle della persuasione e della paura e della compiacenza sostenendo politiche di potenza mistificate da filantropismi di facciata. In questo quadro così definito, le democrazie apparenti e le giustificazioni delle emergenze sembrano essere prodotti di una sottile strategia quanto il risultato di una rinuncia degli Stati a cooperare in termini di comunità di valori. Lo stato di emergenza permanente sicuramente rappresenta il miglior veicolo per far alimentare e consolidare aspirazioni autocratiche ma, anche, diventa uno strumento utile per realizzare uno shift geopolitico per chi lo comprende e ne conosce le modalità attraverso le quali capovolgere un sistema di relazioni politiche ed economiche. Il risultato ottenuto, è che le società vengono divise in due livelli. Il primo, è quello di chi lo usa e lo alimenta per subordinare scelte politiche ed economiche ai propri interessi. Il secondo, è quello di chi lo subisce, ancorandosi ad un dato di speranza virtuale, ostaggio dell’unico timore atavico dell’uomo: quella di dover sopravvivere. In questo gioco delle parti, tra gatti, topi ed una volpe rossa, la sovranità può essere vista come pericolo ma il populismo, paradossalmente, una conseguenza.
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   Ecco allora, senza scadere nel campo delle teorie complottistiche, ma rimanendo fermi ad un dato di analisi dei comportamenti e delle dichiarazioni sicuramente esiste uno Stato profondo (il cosiddetto Deep State) che va oltre gli Stati dove non esisterebbe alcun dubbio su una doppia fedeltà che vada oltre gli interessi di una nazione e, con questa, una doppia narrativa: una per l’interlocutore e l’altra per le comunità. La stessa visione new age di un promotore di una formazione politica tendente alla destrutturazione progressiva della società, secondo una visione transumanistica nell’utopica visione di Gaia, ha dimostrato, ad esempio e per restare vicini all’esperienza italiana, come e in che misura l’idea di una iperconnettività dell’individuo possa favorire una contaminazione delle idee e dei gusti offrendogli, in cambio, una falsa visione di una democrazia virtuale che apre le porte all’autocrazia non più solo digitale. Certo la liquidità delle classi politiche occidentali, e la loro scelta attraverso una selezione al ribasso degli ultimi anni, doveva essere una traccia interessante. Ma siamo stati ipnotizzati ieri da una ricerca dell’effimero consumistico e sprofondati oggi nel dominio della paura, nell’accettazione della rinuncia alle libertà in nome di un rischio all’esistenza. Tuttavia, in un clima di competizione e di corsa globale a massimizzare i profitti delle big companies che fanno delle rendite l’incolore bandiera di ogni scelta, si comprende quanto il gioco geopolitico si renda complesso e, per questo, la strategia migliore sarebbe quella di ricorrere ad attori economicamente deboli, politicamente fragili ma alla ricerca spasmodica di conservare il potere permettendo loro quasi di privatizzarlo nella sua essenza. Se la paura pandemica ha ridefinito ruoli e rapporti in Occidente cercando di ricollocare relazioni ritenute consolidate su piani geopolitici diversi, ciò ha mostrato, soprattutto negli ultimi giorni, e a margine di un’emergenza pandemica che si è dimostrata come una tempesta perfetta, quanto l’Italia sia ancora una volta al centro di rischiosi giochi geopolitici, anello, e da sempre, volutamente debole da parte di terzi e, in fondo, anche voluto da parte nostra. Dalla Guerra Fredda alla guerra economica dei mercati, l’Italia è al centro del Mediterraneo, e si pone come un ponte tra Africa ed Europa. Ma se tale rendita geografica sembra un’evidenza competitiva, l’Italia sceglie ancora una volta la subalternità all’ombra del gigante, credendo di sentirsi sicura, di assicurarsene le protezioni. Un sentimento che la Cina lo ha compreso molto e bene riconducendola al centro nuovamente dell’ennesimo confronto geopolitico tra grandi. Tuttavia, di fronte al disegno geopolitico che mette a confronto Cina e Stati Uniti con la Russia di Putin che sceglie di fare il terzo gaudente, pensare che l’Italia potesse andare oltre sarebbe solo una mera illusione dal momento che essa stenta ad avere una politica estera compiuta anche se ormai chiara nella nuova scelta di campo.
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   L’ondivaga gestione dell’emergenza, tra personalismi e desertificazioni progressive di un’economia già vittima delle delocalizzazioni a vantaggio di quella cinese, fa emergere come e in che misura essa -nel vuoto pandemico realizzato nelle scelte fatte senza una coerenza tra maggioranze, virtuali, e opposizioni latenti- l’Italia sia il luogo di scontro ideale, lo spazio nel quale si sovrappongono le linee strategiche di condotta per la conquista del mercato europeo, cuore di uno spazio di consumo e produttivo importante. In questa guerra combattuta tra virus geo-orientati e filantropismi da lacrime da commozione, la Cina si colloca a capo della scalata, orientata a far valere le sue capacità economiche e la sua particolare attitudine a servirsi delle tecnologie per rimodellare, questa volta, mercati e politiche mondiali, secondo un approccio neomaoista che chiede, per questo, linearità di comando, riduzione dei processi democratici di decisione, una rivoluzione culturale in Occidente fondata su nuovi libretti da osservare seguendo l’esperienza dell’unico modello che ancora oggi riesce a irreggimentare scelte e bisogni del popolo a cui far credere ciò che è stato preconfezionato da chi ha le redini del gioco. In questa visione, apprezzata dallo stesso Bill Gates allorquando nel discorso tenuto all’Università di Pechino ricordò senza dubbio alcuno, che la Cina può fare molto e meglio di altre nazioni, si manifesta una evidenza, in realtà, dimostrata con la corsa a conquistare le infrastrutture europee da parte di Pechino a premessa della sua proiezione sui mercati occidentali, per trasformare l’Europa in uno spazio di consumo delle produzioni dirette dalla Cina secondo una visione postcapitalistica che riduce ogni tentativo anche neoliberista ad un’ipotesi di scuola. Il sorpasso della Cina rispetto agli Stati Uniti non è solo l’unica evidenza. La maggior parte del debito pubblico dei Paesi africani è controllato dalla Cina e il Fondo sviluppo Cina-Africa non è altro che un ulteriore veicolo di strategia avanzata di Pechino di accerchiare l’Europa in una morsa economica guidata dallo yuan. La miope politica estera non solo italiana e la particolare, se non interessata, fiducia offerta a Pechino che non persegue certo finalità filantropiche, ha di fatto sospeso valori e principi di un modello di vita scegliendo di agganciare il futuro dell’Occidente ad una visione sinocentrica che sposta l’equilibrio mondiale, semmai vi sarà, verso Oriente. Inoltre, se gli obiettivi della strategia cinese sono quelli di porsi quale leader nel campo della salute, innovazione tecnologica, energia e produzione si comprende quanto e in che misura l’idea di collocarsi al centro delle dinamiche economiche mondiali sia un’idea a pieno spettro.
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   È sin troppo evidente che parte del mondo occidentale si è piegato sulle strategie di Pechino e l’Italia sembra aver fatto una scelta di campo ben prima del disastro pandemico confermandola subito dopo. D’altronde, se l’Europa è in difficoltà economica con l’eurozona in crisi, è chiaro che il tentativo di tirarsi fuori per alcuni player senza divisa, la partita cinese sembra essere l’ultima spiaggia a cui approdare per legittimare una leadership o giocarsi la sopravvivenza al potere. In questo, l’articolo di « Foreign Policy» del 15 aprile, 2020 è molto chiaro titolando China is Bargaing Unting - and Western Security is at Risk Foreign Policy Beijing could use the coronavirus-induced economic crisis to go on a buying spree. The U.S. and European governments must restrict the purchasing of distressed companies in sensitive sectors. (https://foreignpolicy.com/2020/04/15/china-is-bargain-hunting-and-western-security-is-at-risk/). Per la Cina l’Europa diventa fondamentale e non potrebbe essere altrimenti. Pechino si incuneerebbe tra Atlantico e Urali, tra il Nord Africa e il Nord Europa e l’Italia rappresenta la migliore piattaforma multidirezionale, uno spazio perfetto per gestire l’attacco alle economie mondiali fermo restando che la Cina gode già di una sua supremacy in Asia. È evidente che per poter affermare la sua egemonia economica e tecnologica, deve poter disporre di una politica estera e commerciale capace di poter destabilizzare gli scenari economici nel tentativo di rifondarli, ricercando sponde compiacenti a sua misura poiché l’ultima preoccupazione del modello di conquista cinese è preoccuparsi dei nostri modelli di vita. In fondo, la svolta tecnologica, quanto la possibilità di modificare i nostri schemi comportamentali, non sono obiettivi secondari per un’esperienza politica ormai ben consolidata. Un’esperienza che ha superato la deriva e la fine del comunismo rivoluzionario d’impronta marxista-leninista, per imporre un comunismo autocratico ed economicamente capitalistico a suo modo. Il problema dei fondi agganciati sui rendimenti delle società farmaceutiche, di buon grado delocalizzate in Cina, ad esempio, aprono scenari molto interessanti che la paura pandemica ha permesso di valutare e confermare nelle loro caratteristiche, e non ci sono elementi contrari a non supportare tali evidenze visto che la Cina tende ad inserirsi nella competizione mondiale nel campo della salute oltre che della tecnologia. In fondo, è grazie alle esperienze americane che la Cina ha ben reinterpretato sui mercati il suo ruolo, l’aver compreso che dominare le scelte di portafoglio di molte società a cui si agganciano le previdenze attraverso i vari fondi di investimento dimostra come, e soprattutto quanto, il gioco speculativo sia in fondo il terreno migliore per saggiare la capacità di influenzare le dinamiche economiche dei competitor, oltre che le popolazioni occidentali molto sensibili alla paura del futuro. Insomma, che si tratti di biglietti verdi o rossi, anche per un’autocrazia postcapitalistica e neomaoista vale il brocardo pecunia non olet soprattutto per una superpotenza che ha bisogno di mercati per non implodere. Xi Jinping, in fondo, rappresenta la migliore sintesi tra un veterocapitalista come Trump e un nazionalista post-comunista, ma senza scadere nell’ortodossia, come Putin. Ma se Trump e Putin sembrano così distanti, essi sono in realtà vicini su schemi di valori ai quali riconducono la legittimazione alla guida di una nazione, mentre Xi Jinping assume le vesti di un leader di una ideocrazia che muta, si adatta e corre alla conquista dei mercati facendo si che il 5 G non sia altro che un acceleratore di politiche egemoniche, uno strumento per capitalizzare un’economia modellata sulle tecnologie sempre più invasive e orwelliane.
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   Eppure in questa ascesa della Cina verso la conquista dell’Europa, potendo contare su una via preferenziale rappresentata da parti di governo e da manager denazionalizzati per fedeltà al padrone di turno, Trump sembra voler giocare secondo schemi dissonanti, sfruttando il caos pandemico per regolare i conti della sua legittimazione alla presidenza, superando il Russiagate arrivando ad arrestare l’ex Direttore dell’FBI e cercando di ridefinire ogni relazione con un establishment ritenuto non in linea con l’interesse americano, (ogni riferimento alla Gates Foundation potrebbe domani essere non casuale). La partita in campo, che vede al centro l’Italia e la sua diplomazia che sembra spostarsi verso il nuovo mito del dragone, non è solo quella contro la visione dem americana, ma è anche il luogo di resa dei conti con derive poco lealiste e spostamenti repentini di un alleato che mette da parte ogni affinità per garantire la sopravvivenza di una propria incerta leadership. Trump tenterà di rispondere offrendo, a suo modo, della sua presidenza una visione etica che superi l’equivoco di una potenza che esporta senza risultati una democrazia che arena nei costi delle missioni e nelle speculazioni. In questa prospettiva, al di là della visione economica non proprio neoreaganiana pur mantenendo la barra di comando verso l’American First, Trump potrebbe trasformarsi, a suo modo, nel difensore del Mondo Libero rispetto alla Cina e in colui che richiamerà all’ordine i transfughi, sicuro di fare un favore anche a Putin arginandogli le pretese di Pechino non solo in Europa, ma anche nella stessa Eurasia. In fondo, i discorsi di Trump durante la campagna presidenziale furono molto chiari come la direzione di marcia rivolta a rilanciare l’economia americana, al di là della competizione con l’Unione europea e pur tenuto conto delle relazioni con la Cina di cui un terzo del circolante verde si trova nelle casse di Xi Jinping. La corsa di Hauwei e l’arresto di Men Wanzhou avvenuto in Canada nel dicembre del 2018, dimostrano come e in che termini il confronto si sposti nel limitare le ragioni di un’economia in crescita come quella cinese. Un’economia, che ha bisogno di nuovi spazi di consumo e di spazi di sostegno funzionali alle proprie strategie avanzate di conquista di asset economici fondamentali. Conquistare i mercati della tecnologia e della salute significa esercitare il migliore e più diretto controllo sui gusti e sulle emozioni dei consumatori. Una sorta di nemesi rossa del capitalismo neoliberista, ma nella versione di Xi Jinping.
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   E, proprio in questa prospettiva, alla vision di Xi Jinping sembra fare il paio, forse per affinità elettive, anche quella di Bill Gates. Nel suo Looking to the Future Innovation Philanthropy and Global Leadership, discorso pronunciato da Bill Gates all’Università di Pechino il 24 marzo 2017, l’ex dominus di Microsoft non illuse il pubblico andando ben oltre il semplice happening di Ted nella sua preveggenza sul rischio pandemico. Ciò che è interessante non è solo l’aver definito gli scopi futuri della Fondazione, ma diventa singolare il fatto che nell’indicare gli ambiti nei quali intenderà occupare la Fondazione, ovvero salute (health), agricoltura (agricolture), Information technology, energia nucleare (nuclear) egli si trovi a seguire pari obiettivi della Cina che orienta le proprie sfide del futuro nell’ambito della sanità, dell’energia, delle tecnologie e della produzione. Una similitudine che porterà il miliardario americano a condividere tali obiettivi nello stesso vertice di Davos del 21- 24 gennaio 2020 al «World Economic Forum». a trasformare, vaccini a parte, il Vertice di Davos quasi in un nuovo Club di Roma degli anni Settanta a cui si affidare le strategie per il futuro del sistema-mondo. In questo intreccio tra un occidentale senza Stato e sovrano, forse, dei suoi capitali e la spinta di Pechino a trovare spalle a cui appoggiarsi nella sua conquista di ciò che rimarrà del Mondo Libero, l’articolo di «Foreign Affairs» si inserisce perfettamente quando nel titolare nel numero di maggio-giugno del 2018 Is Democracy Dying? non nasconde il fatto che “nell’arco dei prossimi cinque anni, la porzione del reddito globale posseduta dai Paesi considerati non liberi, come Cina, Russia e Arabia Saudita supererà quella delle democrazie liberali occidentali”. Ma proprio per questo, nella stessa rivista, l’articolo più illuminante è quello dal titolo The End of the Democratic Century di Yascha Mounk e Roberto Stefan Foa per i quali le democrazie, soprattutto occidentali, perderebbero terreno perché incapaci di garantire ai loro cittadini la migliore qualità della vita al mondo. Il populismo e i sovranismi di fatto richiedono, rispettivamente, derive autoritarie per definire o la chiusura di una comunità o per affermare un pensiero unico dominante e un’unica leadership, possibilmente globale o almeno transnazionale. Un’economia competitiva ed aggressiva è incompatibile con la democrazia ed è evidente che l’autocrazia rappresenti un vantaggio nel dirigere ogni sforzo verso la conquista dell’egemonia mondiale.
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   L’Italia, in tutto questo, non è solo il terreno del business da vaccino o da 5g. È il palcoscenico nel quale si recita una commedia di sopravvivenza di un’esperienza politica che cerca un suo dominus alternativo al vecchio a stelle e strisce, avendo ormai abbandonato la sponda atlantica e senza mai essere approdata a quella russa se non a parole e per utile distrazione. In una sorta di celebrazione di un fascino autocratico e di stelle gialle che sembrano essere comuni nel numero quasi a volersi sovrapporre in comunità di intenti, condividendo oggi un campo dominante, rosso, si consumano quotidianamente nuove narrative di politica estera snocciolate secondo una grammatica semplice, perché priva di contraddittorio e di valutazione delle diverse tradizioni storico-culturali che si metteranno in gioco, come i valori ai quali l’Occidente si ispira e per i quali è stato faro di un mondo ormai al suo declino. L’avvicinamento a forme di ideocrazia veteromaoista, con evidenti vocazioni alla trasformazione tecnocratica di un potere che ha rielaborato un libretto rosso a uso e consumo del nuovo leader mondiale, la vera rivoluzione culturale di oggi è quella di attaccare il nostro stesso mondo di ieri. Quella parte di Mondo Libero, oggi affidato a forme atipiche di governo da democrazia governata se non da democrazia amministrata e meno partecipata per le masse di consumatori che guarda con arguzia, a nuovi alleati senza verità, a chi alla guerra fisica ha sostituito quella economica a tutto campo. Di fronte ai nuovi seguaci di un neomaoismo nazionale coniugato con la tradizione di Pechino di cercare di modellare sulle sue intenzioni egemoniche ideocrazia e sistemi capitalistici di Stato, è evidente che la riconfigurazione delle alleanze di fatto soddisfa la volontà di conservare il potere al di sopra della nazione, al di sopra dei valori europei e atlantici. D’altra parte, lo sforzo tecnocratico ipotizzato come panacea ai  mali di ieri dalle visioni new age italiane del nuovo firmamento partono da una considerazione: la necessità di semplificare i processi di conoscenza, normalizzare la cultura abbattendo ogni possibilità di formazione di uno spirito critico. In effetti, la semplificazione dei processi di conoscenza impedisce di andare in profondità o all’essenza delle cose, ci si limita alle apparenze perché più facile e meno impegnativo illudersi per il destinatario e più comodo per chi governa.
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   Ecco, allora, che al di là della questione sull’origine del geovirus, qualcuno ha giocato le sue carte cercando di salvaguardare la propria leadership credendo che tutto si potesse risolvere come un problema di salute pubblica, ma così non poteva essere e non lo sarà. Il gioco geopolitico sotteso a chi supererà questa prova è legato alla capacità di ricostruire un sentimento che vada oltre le lusinghe di una visione di mercato e tecnocratica della vita. Una prospettiva che deve diventare il faro dell’Occidente europeo capace di superare il fascino del potere soprattutto per evitare che le scelte di ricollocazione di posizioni geopolitiche, sulle quali si sono consolidate culture e valori nel corso degli anni se non di secoli, siano nuovamente lo strumento di velleità personalistiche. La sopravvivenza dell’Occidente e dell’Italia è tutta nei valori ideali che ne hanno permesso il distinguo. Ogni nuova servitù ad altre ragioni segnerà l’uscita dalla storia e da un’idea comune di Occidente, di Europa e di cittadini del Mondo Libero.

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