Ma l’Italia è nel Mediterraneo?

Ma l’Italia è nel Mediterraneo?   Scriveva Fernand Braudel che il Mediterraneo rappresenta un continuum di diversità, un crocevia di rotte e di traiettorie culturali quasi unico nella storia dei popoli. Storie e culture costrette a interfacciarsi tra loro a distanze brevi, a volte anche troppo. In particolare, il Mediterraneo, definito eteroclito da Braudel,
si presenta al nostro ricordo come un’immagine coerente, un sistema in cui tutto (in cui tutto, alla fine) si fonde e (si)ricompone in un’unità originale.
Direi che basterebbe questa definizione a sottolineare come e in che misura tale spazio geopolitico e geoeconomico contrassegni, ancora oggi, i destini degli Stati e dei popoli che vi si affacciano, facendo sì che nessuno, anche il più distratto di essi, come appare oggi l’Italia, possa riuscire ad affrancarsi o credere di sorvolare sulla sua collocazione geograficamente, politicamente ed economicamente rilevante con buona pace di politiche estere da mercatino dell’usato. Dalla fine del regime di Gheddafi, tollerato e odiato a ritmi alterni all’esautorazione per egoismi postcoloniali da parte di una Francia da grandeur mai sopita con la compiacenza atlantica, sino all’offensiva diplomatica della Turchia di Erdogan che senza timidezze - se non quelle che noi vogliamo vedere per imbarazzo piuttosto che per sincerità di analisi - ha ormai ben piantato le proprie bandiere nei destini del Nord Africa, il mare che ci avvolge è diventato sempre meno nostrum. Non era difficile da prevederlo, siamo onesti! Credere che la politica mediterranea dell’Italia, eterna ruota di scorta di un’alleanza molto poco paritaria come quella atlantica, potesse esprimere una propria iniziativa sarebbe stato troppo. Troppo per i vincoli tra Europa e Nato. Troppo per i retaggi e i fantasmi storici dei nostri fallimenti. In questa corsa quasi neocoloniale nella quale ritornano i fantasmi di una storia mai sopita, e solo opportunisticamente condotta sotto cenere durante la Guerra Fredda per ragioni di sistema, ognuno sfodera le proprie capacità e le proprie specifiche visioni di mondi che non hanno mai abbandonato e di cui si sono sempre sentiti protagonisti. Ciò vale, appunto, per la Francia, quanto per la Turchia.
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   Le evidenze dimostrano, infatti, che quanto viviamo da spettatori di ciò che accade in quello che dovrebbe essere il nostro cortile di casa, con un lago che non è mai diventato italiano - per uno strano senso di provinciale disaffezione ad essere una nazione che conti qualcosa - è l’esatto prodotto di una politica estera miope, limitata all’interesse del momento. Una sorta di figlia minore di una politica estera europea che non ha mai fatto decollare una piena partnership euromediterranea, con le politiche di prossimità che non sono andate, nel 1995, oltre il limite dialettico delle intenzioni di Barcellona.  Incapaci, in particolare l’Italia, di comprendere una volta per tutte che le economie dei Paesi del Maghreb, come dei Paesi arabi in generale, non sono più da considerarsi ingessate solo sulla rendita petrolifera. Anzi, nel rinunciare alla creazione di un mercato mediterraneo l’Italia, ha lasciato libera iniziativa a chi con ben altre intenzioni, e investimenti, farà dell’interdipendenza con il continente africano un valore aggiunto. Uno spazio e un mare da conquistare economicamente per la Turchia e la Cina, e politicamente, come pianificato dalla Russia, quest’ultima ben inserita nel controllo del mercato energetico. D’altra parte, relazioni politiche costruite con la compiacenza italiana indirizzate solo nel difendere rendite che nel passato hanno fatto incassare le società petrolifere europee e i potentati locali non hanno prodotto nulla per il futuro delle popolazioni, nessuna ricaduta di ricchezza che entrasse nelle casse degli Stati del Nord Africa in termini di servizi e di sostegno ai redditi delle famiglie. Il risultato? L’uscita di scena dal Nord Africa dell’Italia e dell’Europa, quasi per nemesi storica di un rapporto tra centro e periferia sbilanciato verso gli egoismi delle multinazionali cui solo quelle francesi, forse per carattere nazionale o per esperienza storica nella regione, riescono a resistere. Un’uscita dell’Europa che con le trasparenze italiane permette ad Erdogan di riproporre, quale alternativa al vuoto europeo nella regione, un’affinità elettiva con il Nord Africa riaprendo la Porta Sublime verso Ovest.
   Ecco, allora, che l’idea che il Mediterraneo si possa trasformare in un lago pacifico si presenta come una velleità per apprendisti stregoni di casa nostra, visto quanto le linee di interesse strategico si stiano sovrapponendo sempre di più e come non avvenuto neanche durante il periodo della Guerra Fredda, con nuovi protagonisti o vecchi attori del passato che si riaffacciano all’orizzonte delle relazioni economiche della regione.
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   Nella complessità di una regione da sempre a più anime, lo stesso Egitto di Abdel Fattah al-Sisi non intende giocare il ruolo di un semplice osservatore nel lasciar fare alla Turchia di Erdogan in Nord Africa, o di permettere in Cirenaica alle milizie di Haftar di minacciare qualunque possibilità di ricomposizione di un puzzle non certo semplice come quello libico, ritenendo ogni posizione europea un dettaglio se non vista nell’interesse del Cairo
   Quello che all’Italia sfugge, nella sua poco lungimirante pre-visione di quanto accade è il fatto che il Mediterraneo non si limita solo ad essere uno spazio nel quale si muovevano i soliti attori, Francia, Stati Uniti, i popoli e gli Stati del Nord Africa, e oggi Turchia, Cina e Russia. Il Mediterraneo, nella sua dimensione allargata non comprende solo il Levante turco-anatolico e le prossimità asiatiche, di per sé già una buona ragione per evitare qualunque analisi riduttiva, ritorna ad essere il punto di arrivo, quell’area di convergenza di interessi che transitano nel Mar Rosso, da Suez verso il Mediterraneo e nel mondo arabo con una coda che porta il quadro complessivo delle relazioni, o dei conflitti possibili, non solo in Medio Oriente, per non smentire la storia e le vicende siriane e libanesi, ma anche nel Golfo Persico. In questo valore geopolitico di una regione come quella mediterranea che si riassume in un carattere di intercontinentalità, probabilmente qualcosa alla politica estera del Bel Paese manca. L’Italia non comprende, infatti, tra le altre cose, che la corsa allo sfruttamento offshore di giacimenti di gas naturale che ci vede coinvolti in un fronte delle possibili intese con Cipro, Grecia, Egitto, Francia Israele, Emirati del Golfo - ritenendo che questo sia un fronte abbastanza esteso e utile a rigettare indietro ogni iniziativa di Ankara - è una gara a più voci e tasche. Eni e Total, ad esempio, non sempre viaggiano sullo stesso piano degli interessi e mentre l’Eni gioca su una politica propria, Total segue, essendone strumento, la diplomazia di una nazione che ha le idee abbastanza chiare.  In secondo luogo, non sembra che l’Italia tenga conto del dinamismo di Parigi verso Stati che per l’Exagone rappresentano ancora una sponda conosciuta, un affare domestico per certi versi, dove la sola francofonia non è l’unico motivo per giustificare un viaggio, si pensi a Macron in Libano dopo la tragedia del porto di Beirut del 4 agosto 2020, o di una volontà di intervento in Centrafrica o di mantenere quella testa di ponte essenziale nel golfo di Aden chiamata Gibuti. Ma Italia o meno, l’idea di respingere indietro la Turchia di Erdogan non è certo oggi una strada semplice per nessuna nazione europea. Non solo perché l’Europa esprime una politica estera debole delegando di fatto a Berlino la mediazione circa il ritiro delle piattaforme turche dalla piattaforma continentale greca, ma perché sembra che Erdogan abbia molto ben chiare le sue possibilità di azione ritrovando nella politica estera turca quel modello di relazioni che se guardano ad Occidente non lesinano di volgere gli occhi, e altro, ad Oriente. D’altra parte, se il conflitto siriano ha dimostrato qualcosa ad Ankara, non è solo la capacità di poter agire nella propria regione e nelle prossimità mediorientali dei confini turchi, senza farsi molti scrupoli sulla capacità atlantica di mettere sul piatto argomenti convincenti, quanto di poter negoziare alla pari strategicamente con Mosca ed economicamente con Pechino. Ecco, allora, ad eccezione della Cina che guarda alla possibilità di assumere il controllo delle economie attraverso la leva del debito pubblico dei paesi africani, detenendo la maggior offerta di lavoro nel settore edilizio nei Paesi del Nord Africa, oltre a competere con la Russia nel mercato energetico africano, che gli spazi di manovra nel cosiddetto Mediterraneo allargato si sono radicalmente ridotti.
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   Tuttavia, spazi diplomaticamente angusti o no, è interessante notare come all’ombra dell’Italia si stia costruendo non solo una politica di vecchia potenza coloniale espressa da Parigi ma, anche, una diplomazia proattiva di Berlino che tende a convincere Ankara ad esprimere una posizione costruttiva nelle crisi in atto, sia in Libia che nella disciplina delle possibili attività di prospezione dei fondali mediterranei nelle prossimità greche. Non solo. A chiarire come la questione libica sia da vedersi in termini di interesse europeo interviene la posizione statunitense in ciò che sopravvive dell’amministrazione Trump - in attesa che Joseph Robinette Biden Jr. definisca come e in che misura gli Stati Uniti intenderanno assumere un ruolo nel Mediterraneo – che, nel definire l’atteggiamento statunitense come improntato ad una sorta di neutralità attiva, rimanda senza dubbi agli amici europei il compito di decidere cosa fare da grandi nel loro sempre più affollato mare. Un mare, quest’ultimo, dove il pendolo strategico tipico di un sistema ristretto tra ambizioni egemoniche e volontà di competere a tutto campo, contrae i margini di contrattazione dal momento che chi crede di essere vicino al raggiungimento di un vantaggio dopo pochi istanti deve ricredersene amaramente.  Insomma, se alla politica del pendolo di Ankara, ma anche di Parigi, si somma quella perennemente attendista di un’Italia che temporeggia senza sapere il perché, si comprende quale sia il livello di caos con il quale dover fare i conti e subirne gli effetti mancando, ovviamente, condizioni di equilibrio e di cooperazione costruite sul dialogo. L’Italia, insomma, non sembra andata oltre l’essere l’approdo e, in un certo senso, la camera di espansione delle contraddizioni di un Grande Mare di cui ne assorbe gli effetti ma non ne governa gli eventi.
   E, questo, perché nella trappola geopolitica libica è caduto il buonismo italiano, è franata la credibilità di una politica estera dell’Unione europea che ha reso ridicola la propria Global Strategy; un ossimoro ormai da Global Weakness nascosta solo dalle rigidità di una narrativa finanziariamente tecnocratica, con Londra che opportunamente, e comodamente, si è chiamata fuori. In questo gioco alla sopravvivenza fisica ed economica del nostro continente, e dell’Italia in particolare, vista questa ultima come prima tributaria dei costi delle nuove alchimie mediterranee, la stessa vicenda dei pescatori italiani, il ruolo di una Marina che sembra aver perso le tracce di un Mahan mai letto - o abbandonato impolverato chissà su quale scaffale di ammiragli il cui sestante non trova orizzonti di alcun tipo - è di per sé emblematico. Esempio calzante, al di là di come lo si voglia giornalisticamente vendere, di una diplomazia affidatasi alla contrattazione fine a se stessa, dove poco importa il peso dell’interlocutore, ma dove conta il prodotto cotto e mangiato, anche se tardi, di un successo diplomatico che sembra sapere di non vittoria, conseguito con un pellegrinaggio anche a casa Haftar.
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   In questa vision fatta di tentativi e di tira e molla anche le tribune, distratte dal terrore pandemico – quanto mai utile motivo per spostare l’attenzione emotiva dai destini di casa propria - hanno visto fiumi di analisi e di analisti sprecarsi sull’onda della celebrazione dell’ovvio, storico e meno storico, e delle (im)possibilità militari; queste ultime sembrano, ormai, tristi evidenze che non sorprendono più nel vuoto politico lasciato nel Mediterraneo dall’Europa e dalla sua Cenerentola, l’Italia. Così tra Africa del Nord e Mediterraneo orientale, tra traffici di vario genere e mercanti di uomini e donne, giacimenti petroliferi e di gas di oggi e del futuro, la corsa resta aperta e l’offshore diventa sempre di più una partita ad estendere, geopoliticamente, ciò che geoeconomicamente aveva delle sue regole facendo del Mediterraneo la Zona Economica Esclusiva di chi vi mette un’àncora senza tener conto di distanze di alcun tipo.
    Il gas, Erdogan, l’Eni, Cipro e non Cipro, dovremmo considerare che l’Italia è ormai una spettatrice pagante in un teatro che, al massimo, potrebbe considerarla una buona comparsa ma mai una protagonista, abbandonata alle sue nebbie, affidatasi ad una cortina fumogena per non far capire da che parte essa volge lo sguardo. Una cortina che avvolge una politica estera che fa della malinterpretata prudenza non una virtù a premessa di scelte ragionate e decisive, ma una condizione per smarcarsi ogni volta che ciò sia possibile. Eppure, tra la farsa atlantica di Erdogan, ormai non solo signore del Levante ma prossimo a volerlo diventare, Mosca permettendo, anche del Nord Africa, la grande assente si è fatta viva. L’Italia, in un sussulto di disperazione politica, negoziando ad alti livelli con colui che non aveva riconosciuto quale legittimo rappresentante di un governo, approdando nella sua formalità fatta di apparenze all’informalità sdoganata per darle un crisma di legittimità o, forse, di dignità ha cercato di manifestare la propria presenza. Una scelta, tuttavia, che ha visto l’Italia, ambiguamente, porsi al centro di una contrattazione, agevolata da chi conta nel Mediterraneo, Turchia e Russia, con Khalifa Haftar dimentichi, noi italiani, di essere tra coloro che hanno riconosciuto, al contrario, al-Serray quale unico leader di quanto sopravvive della vecchia Libia.  In questo modo, nonostante le premesse, si è attribuita di fatto autorevolezza politica e negoziale ad un Haftar portatore di ragioni al limite del diritto internazionale, non essendo rappresentante dotato di uno status giuridico che lo potrebbe assolvere da possibili responsabilità. Come dire, la celebrazione della coerenza politica al di sopra di tutto.
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   In Nord Africa, e nel Mediterraneo, alla fine, come si vede, le partite sono aperte per tutti, tranne che per l’Italia. Che si tratti della Francia che resiste alle spallate turche o all’ingerenza economica cinese, nel tentativo di assicurarsi ancora per quanto potrà la leadership dello spazio economico del franco CFA (franco della comunità finanziaria africana), o di un Haftar visto sempre meno, se non scaricato da tempo, come l’ex uomo della Cia e inviso ad Erdogan, l’Italia, agenzie e analisti a parte, sembra non essere ancora consapevole di far parte geograficamente e geopoliticamente del Mediterraneo. Ma non solo.  Se non fosse per battere cassa e per una sorta di sicurezza di poter contare su un protettore cui poter ricorrere, atlantico o eurounionista a seconda dei casi, l’Italia non sentirebbe su di se neanche l’afflato europeo in politica estera poiché incapace di inserirsi proprio nella questione mediterranea. O, magari, ritagliarsi uno spazio all’interno dell’iniziativa e delle possibilità di contrattazione apertesi in Medio Oriente, ad esempio, con l’accordo di Abramo. Un’iniziativa, quest’ultima, dove se Trump lancia una mano a Benjamin Netanyahu, la vera partita è rappresentata dalla convergenza degli Emirati nelle politiche del Mediterraneo perché sarà in questo mare che si risolverà la contesa tra le monarchie del Golfo impegnate a bilanciare una possibile leadership nel mondo arabo e in Medio Oriente della Turchia e dell’Oman. E così, all’ombra delle mezzelune, l’Italia, galleggiando in un mare d’altri, nel paradosso o, forse nell’ignoranza della sua stessa storia, sembra non accorgersi che Francia, Germania, Russia e Turchia giocano partite già vissute quasi come se si fosse ritornati alle crisi in Nord Africa del 1911. La Germania non sposa di certo le politiche francesi di resistenza ad oltranza, presa com’è da quella storica affinità prima militare e poi politica ed economica con la Turchia iniziata, militarmente da Colmar von der Goltz, nel 1883. La Russia affida al gruppo Wagner, nato sui presupposti dei collaudati contractor americani, la presenza indiretta in Libia a sostegno di Haftar, senza far apparire più compiutamente un interesse ad indebolire qualunque possibile, ma improbabile, impegno europeo oltre quello francese in Nord Africa. In questa melassa di interessi cui non manca di guardare con interesse l’Egitto di al-Sisi, ogni spazio di manovra abbandonato dall’Italia è un’occasione persa non solo per garantire almeno un equilibrio alle forze in campo per favorire il dialogo e una soluzione, ma una opportunità mancata che fa dell’Italia un non-attore, se non un non-luogo geopolitico, dove ognuno sembra potersi relazionare con essa come meglio gli aggrada.
    Ecco, allora, che a distanza di anni, da quanto nel 1991 usci La Politica estera di una media potenza di Carlo Maria Santoro, sembra che l’agire politico che ha contraddistinto il nostro fare con gli altri non sia andato oltre lo sviluppo di comportamenti che spesso hanno connotati evidenti di improvvisazione e perfino di dilettantismo (chissà, oggi, cosa scriverebbe Santoro a seguito della vicenda dei pescatori italiani e delle modalità della contrattazione e liberazione).   Quasi a voler rendere profetica una riflessione di Santoro, seppur espressa in periodi più regolari e regolati come quelli della Guerra Fredda, l’Italia sembra ancora una volta navigare a vista e su più mari, quello mediterraneo, quello atlantico e quello europeo senza, però, definire una sua coerenza di azione e una sua proposta che la possa in anticipo salvaguardare da possibili nuove tempeste. In questa scelta di esprimere sempre, quasi scientemente, una politica estera borderline soprattutto negli ultimi anni secondo le convenienze del momento, si potrebbe dire risieda l’impossibilità di costruire un ruolo per un Paese costretto a seguire a ruota non solo gli eventi, ma a doversi affidare, nel caso, alle clemenze altrui, in politica come in economia.
Tutto questo, sottolinea ancora oggi come e in che termini sopravviva una certa incoerenza concettuale e anche operativa nella gestione delle diverse aree geografiche in cui l’Italia si trova (costretta) ad agire fatte salvo, direi, le esperienze di un Andreotti e di un Craxi, con una buona sponda spadoliniana, nelle relazioni mediterranee negli anni Ottanta del secolo scorso. Altre storie!
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   Volendo essere realisti, concludendo, da una nazione che fa della sua astrazione geografica un fattore di contrattazione con chiunque, convinta che ogni cosa finisca non oltre e non molto al di là di Palazzo Chigi, o nelle formule di una diplomazia che tratta e contratta senza mettere sul piatto della sua forza la credibilità di una nazione intera, quale pur timida assertività ci si potrebbe aspettare?
    D’altra parte, e ancora, diventa difficile poter sperare in molto altro con buona pace di fiumi di pagine scritte negli anni nei Libri sempre più Bianchi della Difesa il cui colore, evidentemente, presuppone il fatto che l’intonsità sia stato l’obiettivo della loro stampa e conservazione di certo non la lettura e, meno che mai, la realizzazione di quanto indicato. E, inoltre, che dire quando ci si arrovella su come e in che misura acquistare e distribuire sistemi d’arma per la difesa, Marina e Aeronautica in perenne lite per aerei e altro, e si rinuncia poi ad una politica militare almeno da deterrente per impedire iniziative a nostro danno e tutelare non solo i confini, ma la nostra Zona Economica esclusiva? Insomma, che dire ancora se non, a questo punto, rinunziare alla forza e ai suoi costi, affidandoci alle buone cure o alla comprensione altrui? Tanto, tra buoni e possibili uffici, l’importante sarebbe almeno garantirsi che i prezzi del risultato della nostra assenza nel Mediterraneo non aumentino in futuro.

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