Se per un certo periodo di tempo siamo stati convinti che la Cina potesse essere il nostro mercato di sostegno per un’economia in affanno, oggi le parti si sono capovolte diventando noi, Occidente, il mercato per Pechino. Un mercato, quello europeo, che si rende conto di essersi trasformato in una terra di conquista delle economie “povere” di ieri. Stracciarsi le vesti oggi, in Italia come al Sud, perché si grida alla colonizzazione da parte dello yuan piuttosto che guardare alla disfatta delle infrastrutture del Mezzogiorno, significa dividere il Paese tra chi vorrebbe, paradossalmente, farsi colonizzare e chi, al contrario, se ne sente escluso dal momento che ogni progetto di infrastrutture ragionevoli ed efficienti, oltre che produttivamente convenienti, è stato archiviato in nome della solita apatia del non fare.
Credere, allora, che un porto possa vivere di rendita geografica senza capire il perché certe scelte geopolitiche ed economiche protendono verso altre rotte, vuol dire non avere chiaro l’orizzonte verso il quale l’economia si dirige, e che non è solo Gioia Tauro il cuore del mondo né la sola porta d’Europa o del Mediterraneo. Tempi, mezzi, risorse, qualità, sono fattori decisivi per rilanciare un progetto anemizzato dalle stesse non-idee che oggi lo difendono senza assumersi, però, l’onere di farsi un onesto esame di coscienza, se non di mercato, per capire perché Gioia Tauro e il Sud sono e rimarranno marginali ad ogni progetto che magari ne avrebbe potuto allargare le possibilità, o agganciarli alle opportunità.
Ecco, allora, che colonizzazione cinese o meno dell’Italia, guardando da Nord, significa tutto e nulla. In uno scenario caratterizzato da un’economia che si allarga verso le grandi potenze commerciali, tra le quali la stessa Unione Europea stenta a collocarsi, ancora oggi il problema per il Sud e per la Calabria rimane l’esclusione di Gioia Tauro dalle “rotte” della
Belt and Road Initiative. Ma le idee di chi investe sono molto ben precise ed articolate per perdersi in giustificazioni di circostanza. Il grande piano infrastrutturale proposto da Xi Jingping già nel 2013 aveva ed ha lo scopo di rimodellare i termini di competitività dell’economia-mondo. Un’economia per la quale, che sia Gioia Tauro o Trieste il porto di attracco, diventa un problema da poco poiché le distanze non hanno significato se non i tempi e le modalità di raggiugimento del mercato da conquistare.
Gioia Tauro, oggi, è distante non per le miglia, ma per la qualità dell’infrastruttura e per la non convenienza della movimentazione merci per i mercati del Nord o per le vie verso l’Est europeo. Nessuna capacità di lavorazione delle merci, nessuna alta capacità ferroviaria, nessuna capacità cargo a livello aeroportuale. Nessun ragionevole, e conveniente, motivo per far si che il transhipment diretto a Rotterdam piuttosto che a Kiev debba fermarsi in Calabria. Forse dovremmo memorizzare una delle frasi del presidente cinese, al di là delle buone o cattive intenzioni. E, cioè, che “La felicità non cade dal cielo e i sogni non si realizzano da soli.”. Aggiungerei però, che essa meno che mai si realizzerà in un reddito di cittadinanza o aspettando che qualcuno lavori, ed investa, per noi.