
La verità è che ancora oggi né i militari, tantomeno la classe politica, sembrano avere posto in essere delle dovute considerazioni sui tipi di minaccia che si affrontano, e quanto e quali soluzioni tattiche siano possibili, si possano perseguire senza mutare lo spirito della missione e la copertura giuridica che la legittima agli occhi della comunità internazionale. D’altra parte, anche ammessa una possibilità del genere, ovvero ricorrere a sistemi d’arma più… incisivi, non muterebbe il fatto che il classico attacco combinato della guerriglia talebana e degli “insurgents” è un attacco regolato da dinamiche semplici, troppo semplici, ma devastanti nei risultati e ciò è più che sufficiente per far si che qualcuno si chiedesse quanto e quale contromisura tattica possa essere confacente agli scopi viste le perdite che subiamo periodicamente. Nessuno mette in discussione che, in fondo, l'Afghanistan fa apprezzabili ma relativi progressi, ma come in Iraq sembra che tutti accelerino sui tempi perché politicamente non si riuscirebbe a sostenere Karzai e il suo governo danzante ancora per molto tempo.
Guardando agli ampi spazi dell’Asia Centrale sembra che l’impero romano, e prim’ancora Alessandro, considerassero la pace un risultato possibile solo come conseguenza della guerra. Si vis pacem para bellum , tempi e strategie permettendo. Ma allora. Oggi le domande che ritornano alla nostra mente di fronte alla morte che incalza i nostri soldati sono le seguenti: sono in Afghanistan per fare la guerra? Per difendersi devono fare la guerra? In cosa esattamente consisterebbe, poi, questa guerra? Cosa possono e non possono fare? A queste domande, apparentemente banali, ancora oggi è difficile trovare risposte univoche, precise, cristalline, chiare tanto chiare quanto dovuto ad un militare che deve assolve un compito preciso pagando con la propria vita il prezzo dell’incertezza di chi decide.