
Sono passati poco più di dieci mesi da quando ho lasciato al lettore le riflessioni contenute in A chi interessa il destino dell’Iran? (https://giusepperomeo.eu/il-mondo-visto-da-sud/il-nostro-medio-oriente-quotidiano/a-chi-interessa-il-destino-delliran?), circa l’operazione condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran degli ayatollah nel giugno dello scorso anno. Di nuovo il Golfo e l’Iran tornano al centro dei destini mondiali. Non si tratta certo di un caso.
Chi pensava che la partita si fosse conclusa con una possibilità di negoziato era già a luglio scorso da ricondurre all’interno di quella comunità di analisti così esperti da trasformarsi in nuovi delfici oracoli, cui se non per un Serse forse per un improvvido Leonida si suggeriva un possibile favorevole epilogo. Un’invasione di esperti in quell’indistinto mediatico che non affranca neanche i canali di un mainstream costretto a rincorrere narrazioni e immagini, se non a costruirle, per declinare con esse un bisogno di legittimità apparente. Che la posta fosse ormai la possibilità/necessità di trasformare la regione in un regno del caos era ed è evidente, dove alle esigenze di Israele di difendere la sua sopravvivenza suprematista si affianca la volontà americana di non deludere il finanziatore di prima istanza di ogni Presidenza così come il ruolo ambiguo giocato da sempre da ciò che resta di un mai maturato sogno di nazione araba franata sugli egoismi di casta.
Oggi, rimane aperta la volontà di Israele e degli Stati Uniti di favorire un regime change in Iran, ma questo è solo un obiettivo apparente. In fondo del cambiamento della società iraniana a Tel Aviv importa ben poco. Nel disegno di Israele di affermarsi quale nazione egemone in Medio Oriente vi è, al contrario, la necessità geopolitica di favorire la transizione dell’Iran in un non-Iran caratterizzato da una possibile balcanizzazione che ridurrebbe qualunque ambizione regionale di una nazione non-araba qual è l’Iran.
Una balcanizzazione dell’Iran dovuta a uno strumentale uso delle discordie etnico-nazionali, tra curdi e beluci, utili per Israele e Stati Uniti, ma non funzionali a garantire stabilità al Medio Oriente se non riconoscendone una propria autonomia all’interno dell’Iran. Infatti, un nuovo Iran, laico, democratico e rispettoso delle minoranze farebbe tutta la differenza possibile, quanto un pari Stato democratico e laico di Palestina, se la comunità internazionale riuscisse in futuro a limitare gli interessi al divide et impera di Tel Aviv e di Washington. Una condizione che dovrebbe rinunciare alle promesse fatte ai curdi magari di ritagliare loro per differenza uno Stato ai danni di Teheran senza impegnare Siria, o la Turchia. Quest’ultima, che guarda sornionamente con interesse levantino e con occhio lungo sultanale a quanto potrà prendere da una crisi che la ricollocherà nuovamente come garante regionale nel prossimo futuro.
Ciò che si rischia, è il crearsi di una nuova Libia in una regione troppo sensibile alle pressioni geopolitiche e alle minacce sulla stabilità di ogni attore che oggi forse non piange sulle ceneri di Teheran, ma che rischia di vedere i propri troni di sabbia vacillare se la crisi si dovesse diffondere nell’intimo di ogni comunità del Golfo, saudita compresa, e se non si raggiunge un ordine condiviso che assicuri stabilità in qual Medio Oriente Allargato che arriva sino ai confini con il Pakistan.
Tutto questo, posto in pericolo da un disegno neoimperialista israeliano di ritorno, che insegue un millenarismo biblico supportato dalla volontà statunitense di riaffermare il proprio essere una potenza e una idea da destino in un momento nel quale la stessa guerra diventa il miglior distrattore per l’opinione pubblica di quanto la terrena vicenda Epstein lascia supporre sull’intreccio tra potere, potenza e finanza in un mondo occidentale che si è privato di credibilità. Quella stessa credibilità cestinata dalla storia in decenni di cambi di regime funzionali alle logiche di potenze, potenti ed élites che hanno usato i valori celebrati come specchietti per allodole per popoli ben addomesticati dal facile consumo.
La stessa vicenda iraniana dal 1979 in poi è stata nel suo dramma, nel suo realizzarsi come repubblica teocratica e violenta, di quel suicidio indotto del riformismo iraniano di Mohammed Mossadeq disarcionato proprio dagli stessi anglo-americani. Una possibilità di crescita laica di un Medio Oriente che poteva scrivere una storia differente nelle pagine di Teheran se non si fosse scommesso nell’azzardo di una monarchia, compiacente per interesse, che ha negato al popolo iraniano libertà di pensiero e accesso a ricchezze solo a chi favorito nell’accesso alla Wonderland dello scià.
Khomeini e i suoi eredi, alla fine, non sono stato altro che il prodotto dell’egoistica miopia occidentale, dell’ipocrisia di una visione parziale delle relazioni economiche e politiche con un Mondo che oggi, in un modo o nell’altro, ci presenta un conto che cerchiamo di evitare “preventivamente” di pagare con guerre la cui presunta legalità è sancita dal credere che esista un doppio standard possibile, credibile, accettabile. Un doppio standard che non solo legittima attacchi preventivi mentre si negozia con la stessa controparte, ma che rende lecito e, anzi, ne fa una bandiera, l’assassinio di Stato senza, al contrario, far sì che lo stesso Khamenei possa essere giudicato dallo stesso popolo iraniano.
Insomma, ancora una volta ciò che emerge è una lettura semplicistica delle conseguenze che vanno ben oltre la risultante del campo di battaglia. Il pericolo di una possibile attivazione di cellule terroristiche nel dovunque occidentale, le quali metterebbero da parte anche divisioni storiche per considerare l’assassinio di Khamenei, spacciato come martire sciita, come un attentato a tutta la comunità islamica è un rischio alle porte.
Ma, soprattutto, il pericolo è dato dall’instaurarsi di una leadership non adeguata come quella auspicata in un possibile triumvirato con Ali Larijani, figura centrale che trasferirebbe il confronto sotto il profilo politico-militare che con una possibile rivoluzione democratica avrebbe poco a che fare mentre, forse, si sarebbe dovuta promuovere un’azione progressiva e contestuale ai negoziati cercando di sostenere proprio in chiave anti-Khamenei il presidente Masoud Pezeshkian. Ma sarebbe stato troppo complicato e non spendibile in tempi rapidi per le ragioni di Netanyahu e di Trump per cui si è preferito abbandonarlo così come si è rinunciato a investire in un passato lontano su Abolhassan Banisadr lasciandolo solo proprio nei primi anni della rivoluzione verde.
Per Netanyahu, forse, si tratterebbe di finire il lavoro, per una resa dei conti biblica tra il Bene e il Male affidatagli da un convincimento messianico, pensando di poter piegare, in uno scontro apocalittico, il destino dell’umanità, e di sé stesso, a delle egoistiche interpretazioni del potere. Ecco, allora, che quanto scritto nel giugno 2025 si ripresenta come fotografia di un pensiero ancora oggi non smentito dai fatti, ma solo perfezionato.
Certo, questa guerra potrebbe modificare gli assetti interni dell’Iran. Ma, come ricordato «tale possibilità/opportunità richiederebbe urgentemente un cambio di prospettiva e di azione, riconducendola all’interno di un quadro di negoziato e di prevalenza del buon senso sulle armi, accelerando quel superamento di un “paradigma rivoluzionario», così definito dagli eredi dello scià. Eredi, questi ultimi, che dovrebbero assumersi la responsabilità storica di aver condannato l’Iran a quasi mezzo secolo di oscurantismo. Un aspetto che ancora oggi, e adesso, è molto ben chiaro alle anime riformatrici abbandonate al loro destino e profughe in Europa che non legittimano un ritorno allo scià e che è sopravvissuto anche all’interno di quel Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana voluto da Banisadr.
Oggi, volendo guardare a una transizione possibile, solo un Iran laico, democratico e rispettoso delle minoranze farebbe tutta la differenza possibile, quanto un pari Stato democratico e laico di Palestina, se la comunità internazionale riuscisse in futuro a limitare gli interessi al divide et impera di Tel Aviv e di Washington. Perché se così non fosse il ruggito del leone resterebbe solo un’immagine con il rischio del «ritorno di nuovi guardiani con l’affermarsi di nuovi “paradigmi”», al di là delle Furie possibili trumpiane o a una visione avventista di un giorno del giudizio di certo non affidato dall’umanità al solo Dio di Tel Aviv.