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Alexander Dubcek
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Steadfast. Alzare la posta e il ruolo dei giocatori

Steadfast. Alzare la posta e il ruolo dei giocatori
   Il gioco al rialzo rappresenta da sempre il cuore di una strategia che fa dell’azzardo il suo punto di forza se sostenuta da una credibilità dimostrata nelle mani precedenti. E, nel condurre il gioco, non si tratta di essere dei buoni giocatori di poker ma di considerare rischi e vantaggi che un azzardo può provocare valutandone, nel primo caso, il guadagno, pay off, e nel secondo la sostenibilità: la perdita. Di sicuro sul piano della razionalità strategica il confronto tra giocatori di scacchi si presenta più governabile riducendo l’imprevisto anche se la necessità di fare strike, ovvero di vincere in termini assoluti, resta l’obiettivo delle parti in gioco. In questo ultimo caso, però, è da definire se la vittoria lascia aperti degli spiragli di negoziazione, lo scacco e basta, o se, nella follia dell’escalation, si preferisca uno scacco matto consapevoli che ciò non attribuisce vie di ritorno, quindi di negoziato possibile.
 
   Guardando al passato, teorie dei giochi a parte, applicabili o meno in tutto o in una sola parte, la scelta dei giocatori nucleari si divide tra lo scegliere un tavolo verde o una scacchiera. La scelta, ovviamente, risiede nel valore attribuito al terreno di confronto e alla “qualità” della vittoria. Oggi, guardando alla crisi russo-ucraina e al come il confronto tra Mosca e l’Unione euroatlantica meno qualcosa si articoli tra modelli politico-strategici sopravvissuti alla Guerra Fredda, si tratta di definire un quadro possibile dell’uso della forza, con quali costi si intenda giungere a un risultato limite. Questo perché, che si tratti di porre fine a una crisi o ricercare la definitiva sconfitta di un avversario poco importa, perché nel campo delle armi nucleari è il costo umano e non solo che diventa il vero discrimine e la vera condizione che sottolinea sia la credibilità della minaccia che la credibilità della risposta.
 
   Non ci sono dubbi che la verifica della prontezza operativa di una proposta difensiva sia necessaria e, quindi, un obiettivo da conseguire testando forze, sistemi d’arma, assetti organici, livelli di comando, Tuttavia in un momento di crisi continentale condurre un’esercitazione sul piano di una credibile deterrenza e di una possibile risposta nucleare attribuisce una chiave di lettura molto diversa rispetto al vecchio schema di gioco convenzionale.
 
   L’esercitazione di deterrenza nucleare da parte della NATO denominata Steadfast Noon condotta in questi giorni si somma alla già ampia esercitazione logistica Steadfast Dart 2026 dei primi mesi del 2026 articolatasi tra Germania e Mar Baltico, per validare la nuova Allied Reaction Force guidata da NRDC-ITA. Una scelta comprensibile nei presupposti, che tenta di testare dapprima la capacità logistica e il sostegno a uno sforzo terrestre cui si unisce, in questo mese, la prova di una deterrenza nucleare affidata alle forze aeree in Steadfast Noon 2026. E’ sin troppo evidente che una delle prime condizioni da verificare è certamente l’esistenza - e non vi sono dubbi che esista per architettura consolidata e assetti organico-ordinativi dati, di un comando unico delle operazioni - ma, ciò che farà la differenza, è la credibilità delle volontà sottese a condurre realisticamente una simile operazione, e qui il discorso si fa più complesso.
 
   Infatti, ferma restando la validità del nuclear sharing, ovvero la possibilità che siano vettori alleati ancorché non statunitensi a poter trasportare e lanciare bombe nucleari tattiche, ciò deve fare i conti, però, con la volontà dell’unico dominus che può deciderne l’impiego: gli Stati Uniti. Un particolare non da poco considerato che dall’altra parte, se l’avversario prefigurato è l’unico possibile a disporre di sistemi d’arma di pari qualità, può decidere grazie a un’unica linea di comando che non deve fare i conti con una ridondanza di ordini di operazioni e con valutazioni politiche di Stati-parte. Non per caso, la necessità di un comando integrato vero e rapido nel decidere resta assolutamente centrale in tutte le dottrine della NATO soprattutto se queste si declinano nel come e in attesa di quale risultato si possano impiegare sistemi d’arma nucleari il cui dominus restano gli Stati Uniti.
 
   Inoltre, sul piano strategico ma anche, se non soprattutto per avvio del confronto, su quello tattico, si tratta di definire quanto e in che misura si possa decidere di affidarsi a formule di brinkmanship senza considerare che esiste sempre un punto di non ritorno allorquando la minaccia diventa esistenziale o, quanto meno, quando tale sia percepita dall’avversario.  E, questo, considerato che il tempo nell’impiego delle armi nucleari resta l’unico Dio vincente, cambia ogni scenario prefigurato.  Un aspetto che lo si comprende con efficacia se si considera cosa e come si agisce nelle scelte di strike, di primo o di secondo colpo dal momento che decidere la possibilità di impiegare armi nucleari tattiche significa aumentare l’escalation. Un livello di gioco al rialzo dove, alla fine, vincerà chi   manterrà una capacità di rispondere volta per volta affidandosi alla sua profondità strategica nel replicare a ogni attacco nella speranza della resa/distruzione dell’avversario.
 
    Insomma, accettare l’uso di armi nucleari tattiche sul piano strategico, se ci si riferisce alla teoria della deterrenza, rompe il tabù atomico. Certo, un uso limitato può sembrare accettabile e, nella visione di Herman Kahn, contenuta nel suo On Escalation: Metaphors and Scenarios del 1965 - rispondendo all’idea che la garanzia della pace fosse da affidarsi alla regola della certezza di una mutua distruzione assicurata (MAD - Mutual Assured Destruction) - non sarebbe stato altro che un bluff irresponsabile. Questo perché, nell’ipotesi di un ricorso massiccio all’arma nucleare questo fallirebbe per l’incapacità di una delle parti di assicurarsi una totale vittoria al primo colpo, mentre colui che affiderebbe le sue possibilità di successo a una strategia MAD si troverebbe nelle condizioni di scegliere tra il suicidio globale o la resa incondizionata.
 
   Per i sostenitori della MAD la filosofia di Kahn era considerata estremamente pericolosa perché formalizzare una scala con 44 gradini avrebbe reso la guerra nucleare "pensabile" e "gestibile", abbassando psicologicamente la soglia d'ingresso al conflitto atomico. Kahn offriva una “scala dell'escalation” quale terza via per la gestione controllata e razionale del peggior scenario possibile. Tuttavia, il rischio nella tesi di Kahn, è che se si ipotizza che una guerra nucleare possa essere combattuta per gradi, si apre la possibilità teorica di gestire l'escalation, ma si rischia anche di rendere concepibile ciò che dovrebbe rimanere una soglia estrema.
 
  La certezza di non chiudere la partita al primo colpo, infatti, e la possibilità di replica con un secondo e più strike non farebbe altro che portare il livello dello scontro su un piano di aumento progressivo delle capacità distruttive: la cosiddetta “spiralizzazione deliberata (o deliberate escalation o escalation dominance). Kahn, infatti, tende a sottolineare i limiti di una strategia fondata sull'ipotesi di una guerra che possa terminare con un solo scambio decisivo e la necessità di considerare gli scenari intermedi dell'escalation.
 
   Guardando alla posta in gioco e pur considerando le convinzioni di Macron di potersi affidare a una deterrenza avanzata, non vi è dubbio che chi manterrà una capacità di rispondere volta per volta sarà colui che potrà affidarsi alla sua reale profondità strategica, confidare sulla propria estensione geografica e resilienza per assorbire i colpi, decidendo quanto alzare l’asticella del livello dello scontro nucleare. Questo, dal momento che, nell’impiego di sistemi d’arma ad alta capacità distruttiva il confine tra tattico e strategico si assottiglierebbe sempre di più.
 
   Insomma, a condizioni geopolitiche date, la prontezza operativa va bene testarla ma non prefigurandosi un avversario neo-arancione da vecchio amarcord. Certo, ufficialmente, la NATO ribadisce che Steadfast Noon è un'esercitazione di routine concepita, da tempo e non diretta contro un Paese specifico. Tuttavia, l'attuale clima geopolitico e le recenti frizioni e riscritture delle dottrine nucleari da parte della Russia hanno reso sin troppo evidente a qualsiasi osservatore quale sia lo scenario di riferimento reale. Ma vi sono due ulteriori aspetti da considerare.
 
    Il primo: la possibilità di permettere l'impiego delle bombe presenti ad Aviano (e Ghedi) tocca il cuore del nuclear sharing (la condivisione nucleare della NATO). I caccia italiani ed alleati simulano le procedure di trasporto e protezione delle bombe atomiche statunitensi B61 dislocate sul territorio italiano e, questo, espone inevitabilmente l'Italia a una costante "targetizzazione". Ovvero, a essere inserita negli obiettivi assegnati ai sistemi ci lancio counterforce dei potenziali avversari, come tutte le altre basi con presenza di sistemi d’arma nucleari.
 
   Il secondo: il comportamento degli alleati o, meglio, la volontà degli Stati Uniti di permettere l’uso dell'armamento atomico tattico e la reale coesione politica dell'Alleanza di fronte al punto di non ritorno. Gli Stati Uniti restano determinanti per l'eventuale impiego delle armi nucleari statunitensi condivise con gli alleati e ciò pone un ulteriore problema di credibilità. Cioè, se gli alleati possono prepararsi a una missione senza poter garantire autonomamente che la decisione politica finale venga presa. Il ruolo degli Stati Uniti, infatti, non implica automaticamente che la deterrenza alleata sia priva di credibilità. Tuttavia, l’incertezza strategica che domina nella comunità atlantica richiede una riflessione necessaria di fronte alla percezione della validità della garanzia americana allorquando mutano le priorità dell'amministrazione, il quadro dei costi e il giudizio sul rischio di un confronto diretto con Mosca. Questo, perché la credibilità dipende dagli interessi condivisi, dagli impegni assunti, dalla pianificazione e dalle aspettative dell'avversario.   Infatti, non è solo il motivo che le esercitazioni nucleari siano rischiose o che la stessa NATO possa incontrare delle difficoltà nel condurre un’azione in concreto considerata la natura asimmetrica dei processi decisionali.
 
   Il problema più profondo è che la credibilità della deterrenza dipende anche da ciò che l'avversario crede circa la disponibilità politica dell'Alleanza a sostenere le conseguenze di una risposta nucleare: un ulteriore aspetto da considerare. D’altra parte, non vi sono dubbi che il problema non è semplicemente rappresentato da chi possiede le armi, chi le trasporti o chi disponga di un comando più rapido. Ciò che sottende l’impianto concettuale dell’uso della deterrenza oggi è il rapporto fra tre elementi: capacità militare, volontà politica e percezione dell'avversario.
 
   Concludendo, la discontinuità tra impegno militare, volontà politica e volontà all’impegno resta un fattore critico rilevante, simulazioni a parte, che si dovrebbe tenere presente.  E, questo, ricordando anche un non lontano sondaggio Gallup per il quale i dati storici dimostrano che mentre l'opinione pubblica americana o dei paesi dell'Est è fortemente focalizzata sulla sicurezza nazionale e sulla deterrenza, i cittadini dell'Europa occidentale mostrano storicamente una profonda avversione e preoccupazione per la presenza di testate nucleari sul proprio territorio. Un divario tra le opinioni pubbliche dei paesi alleati che si presenta come un fattore di imprevedibilità enorme in uno scenario di crisi futura e di cui, forse, sarebbe il caso di tenerne “strategicamente” conto.
 
Riassunto by Google IA
 
 

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