"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
C’è un’opera letteraria, a metà strada tra il romanzo d’avventura, l’esoterismo e un saggio di politica; quest’ultimo aspetto nascosto tra le righe delle pagine che scorrono senza tempo: è Bestie, Uomini e Dei di Ferdinand Ossendowski. Uno scrittore polacco dei primi del Novecento, di fatto noto ai pochi eletti in Occidente per L’ombra dell’Orientetenebroso.
Certo non è che di letteratura russa i nostri scaffali non siano pieni, ma in genere i più non vanno oltre quel romanticismo quasi compassionevole declinato in Guerra e Pace o in Anna Karenina di Tolstoj, o affidando il nostro senso emotivo da ragazzi ad un romanzo di avventura qual è il Michele Strogoff di Jules Verne; in quest’ultimo caso, senza pensare che ben altro nasconde la personalità e l’avventurosa missione o “quel coraggio senza collera degli eroi” dell’Ufficiale dello zar. O, ancora, ritenendo che il solo fatto di apprezzare un Arcipelago Gulag in chiave antisovietica giustificasse il credere che Aleksandr Solgenitsin, dopo il crollo del regime comunista, si trasformasse in un utile paladino anti-Putin.
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