Quando vorresti non essere calabrese

Quando vorresti non essere calabreseQuante volte ci siamo fermati a pensare di non voler essere calabresi, stimolati da una notizia, da una frase o da luoghi comuni che ricorrono sempre, impietosi se non crudeli nelle nostre vite.
 
Di voler rinunciare non solo ad etichette che contrassegnano una origine imbarazzante per certi versi, a volerci dissociare da modi di essere e di pensare che dimostrano come e in che triste misura il senso di una civile e ragionevole sensibilità verso l’altro e verso noi stessi viene meno. Per una giustizia che tende a sopraffare il senso della legalità nel suo intimo significato, debordando in un giustizialismo da vetrina o a dichiarazioni di esperti, o presunti tali, che senza sostegno di argomenti incontrovertibili tendono a voler imporre un punto di vista con estrema durezza se non violenza, forti dell’autorità che ritengono di avere in virtù, e non capisce di quale, divina investitura.
 
A ciò si aggiungono, poi, le serie infinite, tra romanzi vari e sequel di piccolo cabotaggio a riconvertire, periodicamente, la regione in una “Terra” sempre “santissima” che si autodistrugge per mezzo dei suoi stessi figli. Non solo. Tra isterismi vari e poco ragionevoli riflessioni, potremmo aggiungere il ricordo di chi voleva due anni fa i militari a Lagonegro per creare un cordone di sicurezza sanitaria contro quei calabresi untori provenienti dal Nord e chi vorrebbe arrestare oggi i cosiddetti no vax visti come nuova categoria antropologica e non parte di un’umanità sofferente. Insomma, ci sarebbero buoni argomenti per discutere se questo senso di civiltà espresso con tanta ira possa davvero essere il presupposto di una crescita soprattutto culturale se non di buon senso e di adeguata valutazione delle realtà.
 
Tutto questo, insieme ad una continua e mai terminata letteratura noir fata in casa che alimenta se stessa, che si alimenta di fatti e di ricordi senza andare oltre, senza provare a favorire ritratti alternativi di una regione che dovrebbe non solo combattere ma anche seppellire, per non fare promozione indiretta, fatti criminali ormai definiti come una sorta di endemica patologia sociale alla quale non riesce a sottrarsi. Alla fine, infatti, si rischia di scrivere sempre delle stesse cose e di agire ancor sempre con gli stessi comportamenti, espulsivi, soprattutto quando è la supponenza del potere che sembra legittimare a farlo. E, in questo modo, ci dimentichiamo che restiamo ostaggi di un passato che dovremmo combattere, ricordare quando serve, ma archiviare per andare avanti.
 
Restiamo ostaggi di una cultura che solo apparentemente promuove una legalità sostanziale, che apre le porte ad un protagonismo criminale che non si pone il problema del messaggio buono o cattivo che sia, ma solo di essere destinatario di una continua vetrina. Restiamo ostaggi di esperti che senza pensare a ciò che dicono servono sul piatto pensieri che poco hanno a che fare con il buon senso e con idee da condividere nel rispetto del dissenso, nella partecipazione condivisa dal momento che se è facile innamorarsi delle proprie verità è altrettanto semplice, e tragico, semplificare vite e sogni di chi crede ancora in una Calabria diversa e magari inclusiva dell’“altro” calabrese.

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